Sandra Blackmer/Maol
–  La compassione è contagiosa, ma da dove proviene?
Quando Storm, il golden retriever di Mark Freeley, si è tuffato nell’acqua sulla costa di Long Island, a New York, lo scorso luglio, Freeley non sapeva che cosa pensare. Poi ha notato un cerbiatto nell’acqua, che lottava per rimanere a galla.

«Storm sta cercando di salvare quel cervo!», dice Freeley mentre filma l’evento. Il cane aveva afferrato il cerbiatto con la bocca e lo aveva portato a riva. Dopo averlo lasciato, aveva iniziato a  colpirlo con il muso e gli mordicchiava la zampa, come se cercasse di assicurarsi che stesse bene.

Poi sono arrivati gli operatori del soccorso animali e hanno trasportato il piccolo cervo in un rifugio per la fauna selvatica. Hanno assicurato che l’animale si sarebbe ripreso completamente e Storm è stato lodato come un cane eroe!

Alcuni sono scettici sulla motivazione di Storm nel salvare il cervo, ma il suo proprietario ritiene che aiutare sia nella natura del cane. «Ha mostrato che aveva veramente cura e si preoccupava del cerbiatto», ha affermato Freeley.

Un articolo del numero di giugno 2013 di Psychology Today, intitolato «La compassione: il nostro primo istinto», l’autrice, Emma M. Seppala, suggerisce che «un numero crescente di prove» basate su studi condotti su neonati e animali indica che «nel nostro profondo, sia gli animali sia gli esseri umani hanno… un “istinto compassionevole”». A quanto pare, anche in questo mondo egocentrico, gli scienziati dicono che «il primo impulso degli adulti e dei bambini è quello di aiutare gli altri», e ne riceviamo benefici personali. La compassione sembra non solo aumentare il nostro livello di felicità ma anche migliorare la salute e la longevità.

I sociologi hanno dimostrato che «la compassione è contagiosa» e che «gli atti di generosità e di gentilezza generano nuova generosità, in una reazione a catena della bontà»; un concetto non nuovo per la maggior parte di noi.

In questo mondo in cui regnano il peccato e l’egoismo, ascoltiamo ogni giorno notizie di atti di terrore, crudeltà e criminalità; pensiamo all’orrendo massacro e ai morti a Las Vegas, qualche giorno fa. Questi atti sono più di quanto possiamo comprendere! Allora, da dove viene questo «istinto» di aiutare gli altri? Per spiegarlo, molti sociologi citano le teorie evoluzionistiche di Darwin, ma come cristiani avventisti, guardiamo a un Altro.

In seguito ai disastri naturali, come gli uragani Harvey in Texas e Louisiana, Irma in Florida e Maria nei Caraibi e Puerto Rico, numerose persone sono state riconosciute per le azioni altruistiche di solidarietà ed eroismo. Abbiamo anche sentito parlare di atti di compassione che riguardano temi come il bullismo, i rifugiati e gli immigrati, la fame e la povertà, la violenza e gli animali indesiderati e abusati. Numerose persone, all’interno e all’esterno della chiesa, sono impegnati in prima linea per aiutare i più vulnerabili. Ma perché lo fanno?

Forse perché in ognuno di noi può esserci, anche in piccola quantità, un riflesso della bontà di colui che ci ha creato a sua immagine e il cui carattere è «amore». In altre parole, se guardiamo a Gesù nella sua parola, anche su questo pianeta così oscuro le persone possono offrire speranza e compassione.

Non vivremo in un mondo perfetto, che riflette pienamente il carattere di Dio, finché Gesù non ci porterà in cielo. Fino ad allora dobbiamo ricevere coraggio dal fatto che il Signore è ancora in mezzo a noi e ispira coloro che sono aperti al suo Spirito per aiutare i bisognosi.

(Sandra Blackmer è redattrice di Adventist Review)

 

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