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– Dopo diversi giorni di incontri, presentazioni e dialoghi, i principali leader avventisti della chiesa mondiale e delle varie regioni della denominazione hanno concluso l’11° Summit mondiale della leadership a Lisbona, in Portogallo, svoltosi il 6 e 7 febbraio.

I partecipanti al vertice di quest’anno hanno affrontato diversi quesiti, tra i quali: Che cosa viene prima, la missione o l’organizzazione della chiesa? È possibile essere fedeli e devoti alla chiesa, e allo stesso tempo seguire le convinzioni personali? In che modo la denominazione trova un equilibrio tra una struttura ecclesiastica centralizzata e le esigenze di vari campi in tutto il mondo? In che modo i leader avventisti possono integrare le discussioni sull’unità della chiesa con l’attenzione ad altre questioni urgenti che pesano sulla denominazione?

Vertici simili si tengono ogni anno dal 2008, nel mese di febbraio. Il loro obiettivo è facilitare la discussione su questioni relative alla formazione continua dei leader nel mondo, principalmente a livello amministrativo e istituzionale, secondo Claude Richli, segretario associato presso la Chiesa mondiale. «Si tratta di una serie di presentazioni per lo più accademiche, intervallate da rapporti di Regioni e istituzioni della Chiesa» ha spiegato «Seguono poi discussioni e tavole rotonde per riflettere sugli argomenti presentati».

Il summit di quest’anno, sul tema «La necessità spirituale dell’unità della Chiesa e la autorità biblica per compiere la missione di Dio», ha cercato di affrontare da diverse prospettive il problema dell’unità della Chiesa e dell’autorità. Le presentazioni includevano approfondimenti dalla Bibbia, gli scritti di Ellen G. White (lo Spirito di profezia) e la storia della Chiesa avventista. I leader presenti hanno definito sia le presentazioni sia i dialoghi come «franchi», «aperti» e «onesti».

Per molti dirigenti, incluso il presidente mondiale, Ted N. C. Wilson, l’unità della Chiesa è un argomento di estrema importanza. «È vitale avere unità solo attraverso la potenza di Cristo, mentre proclamiamo il messaggio dei tre angeli», ha scritto commentando il vertice in una email alla redazione di Adventist Review «La sottomissione alla parola di Dio, la preghiera e la guida dello Spirito Santo sono la chiave dell’unità nel movimento dell’avvento».

Wilson aveva espresso questi pensieri in una presentazione al summit. «La nostra vera unità, voluta dal cielo, può essere compiuta solo quando ci sottomettiamo umilmente a Dio per ricevere da lui istruzione attraverso i suggerimenti dello Spirito Santo e cerchiamo di comprendere la sua volontà tramite la Bibbia e il consiglio ispirato dello Spirito di profezia», ha affermato Wilson che ha incoraggiato i partecipanti a considerare la «straordinaria richiesta» di unità fatta da Cristo e contenuta in Giovanni 17.

Sulla stessa linea Artur Stele, vicepresidente della Chiesa mondiale, che ha sottolineato: «L’unità era una grande preoccupazione per Gesù, poiché stava per completare il suo ministero qui, sulla terra. Solo se esiste l’armonia possiamo veramente celebrare la diversità di doni, talenti, servizi e ministeri».

D’accordo anche Michael Ryan, presidente della Unity Oversight Committee della Chiesa mondiale e assistente del presidente. «Abbiamo davanti i giorni più importanti della Chiesa» ha affermato «Per questo è fondamentale che i dirigenti comprendano, valorizzino e proteggano il dono dell’unità».

Nella due giorni dell’evento, i principali leader avventisti hanno approfondito alcune implicazioni, sfide e sfumature contemporanee sull’unità per la denominazione.

Prima di tutto la missione
«Cosa viene prima, la missione o l’organizzazione ecclesiastica?», ha chiesto Mark Finley, aiuto del presidente della Chiesa mondiale, rinomato evangelista e relatore di tre presentazioni al summit di quest’anno. In uno dei suoi interventi, dopo aver esaminato il primo capitolo degli Atti degli Apostoli, ha spiegato che l’organizzazione ecclesiastica nasce dal mandato missionario di testimoniare. «L’organizzazione della Chiesa non è fine a se stessa, perché Dio non si gloria dell’amministrazione burocratica» ha affermato M. Finley «L’organizzazione è sempre al servizio della missione… È sempre il mezzo per un fine più grande».
M. Ryan è stato d’accordo. «Tutte le mansioni della chiesa servono alla missione», ha dichiarato.

Tom Lemon, altro vicepresidente della chiesa mondiale, ha anche sottolineato la preminenza della missione e l’impegno in essa dei membri della chiesa di tutto il mondo. «Quando si tratta di missione, non importa chi sei o dove sei… non vi è alcun dubbio sulla missione o sull’impegno per essa», ha affermato.

Secondo T. Lemon, la priorità della missione è un segnale incoraggiante. «Abbiamo problemi di unità su alcune questioni», ha scritto, «ma non penso che siamo tanto divisi».

La questione dell’autorità
Ella Simmons, unica vicepresidente donna della Chiesa mondiale, ha parlato dei fondamenti biblici relativi all’autorità ecclesiastica, nel suo intervento al summit. «La chiesa e i suoi leader sono amministratori dell’autorità di Dio, qualsiasi incarico dovessero detenere» ha commentato ad Adventist Review. In quanto tali, «i dirigenti della chiesa hanno alcune responsabilità che includono requisiti e limitazioni».

Secondo E. Simmons, queste «limitazioni» implicano che l’autorità ecclesiastica operi «entro l’espressa volontà di Dio» e non si avventuri oltre ciò che ha affermato chiaramente. «Dobbiamo chiedere o cercare solo ciò che è chiaro nella Scrittura, non permettendo all’autorità di andare al di là di ciò che Dio ha detto» ha affermato «Quindi dobbiamo proibire ciò che Dio proibisce e richiedere ciò che Dio richiede. Niente di più o niente di meno. Ogni altra cosa significherebbe imporre le tradizioni o le opinioni degli esseri umani».

In questo contesto, il ruolo dei leader della chiesa è essenziale, secondo E. Simmons. «Dio ci ha posti come dirigenti per assumerci la responsabilità dell’esercizio dell’autorità della Chiesa» ha scritto ad Adventist Review «Dobbiamo essere sicuri di allinearci completamente alla volontà di Dio e che è lo Spirito Santo a guidarci».

Fedele, leale o testardo?
T. Lemon è intervenuto con una relazione sulla leadership biblica intitolata «Uniti nella fedeltà, nella sottomissione e nella lealtà per realizzare la missione». Nel suo intervento ha definito le parole chiave e poi le ha applicate a diversi esempi biblici. «Il mio obiettivo principale era mostrare che tutte queste cose erano dirette verso Dio molto prima che fossero dirette verso l’uomo» ha spiegato T. Lemon «Che una mancanza di fedeltà è una mancanza verso Dio».

Ha quindi continuato a discutere le differenze tra fedeltà, sottomissione, devozione e caparbietà. «La mia definizione di fedeltà significa mantenere una posizione e lavorare per la missione a fronte di immediata incertezza, carenza e opposizione» ha spiegato «La caparbietà definisce il proprio punto di vista personale a spese della missione a fronte di quelle stesse cose».

T. Lemon ha riconosciuto che alcuni personaggi biblici si inseriscono facilmente in una di queste categorie – Saul e Davide, Caino e Abele, per esempio – ma ha affermato che altri presentano maggiori difficoltà, specialmente quelli del Nuovo Testamento. «Quando Paolo e Barnaba discutevano, chi di loro era fedele e chi caparbio?» ha chiesto «E quando Paolo andò a Gerusalemme, verso la fine della sua vita e i leader lo costrinsero al tempio, era fedele o sottomesso o testardo?».

T. Lemon non ha risposto a tutte le domande poste, anche se ha citato Ellen G. White nei casi in cui i suoi scritti fanno luce su un argomento specifico. Per esempio, nel raccontare l’esperienza di Paolo a Gerusalemme, poco prima di diventare un prigioniero (Atti 21), E. G. White ha scritto che nell’incontrare le richieste dei leader giudei, Paolo sentiva che «Se con qualche ragionevole concessione fosse riuscito a condurli alla verità, avrebbe rimosso un grande ostacolo al successo del Vangelo in altri luoghi». Tuttavia E. G. White ha aggiunto «Ma Dio non gli aveva dato l’autorizzazione di concedere tanto quanto essi richiedevano» – AA, p. 405.

Per quanto riguarda la devozione, Lemon ha domandato: «La devozione va dal basso verso l’alto o dalla leadership verso il basso?». Nell’ultima parte della sua presentazione, ha sostenuto che i leader «possono ispirare la devozione, possono ampliarla, ma non possono pretenderla e certamente non possono imporla».

Sempre ad Adventist Review, Lemon ha affermato che l’appello all’unità di Giovanni 17 «è un dono che Dio vuole offrire alla sua Chiesa» e «non qualcosa che essa può raggiungere» da sola. «Penso che la Chiesa possa riceverlo e credo che lo farà» ha concluso «ma sarà necessario che a ogni livello e nel cuore di ogni persona si faccia strada la volontà di essere umili davanti a Dio e reciprocamente». Ha sottolineato che è utile parlare di unità per riflettere e permettere allo Spirito di Dio di usare le conversazioni per imparare e crescere.

Il presidente della Regione sudamericana, Erton Köhler, ha espresso consenso. «L’unità è in relazione diretta con la comunicazione, il confronto e l’integrazione della leadership. Maggiore dialogo tra i leader e con Dio risolverà la gran parte delle nostre sfide».

Unità, autorità e documenti legali
Karnik Doukmetzian, consigliere generale della Chiesa avventista a livello mondiale, ha fornito una prospettiva giuridica sull’unità nel contesto dell’autorità della chiesa. Ha spiegato e sottolineato il ruolo dei documenti legali, come il modello di costituzione e lo statuto della Chiesa, nel promuovere l’unità nella missione e nel fornire protezione legale. «La formulazione inserita in questi modelli nel corso degli anni è stata messa soprattutto per evitare problemi legali alle organizzazioni», ha spiegato K. Doukmetzian. L’avvocato principale della Chiesa ha presentato numerosi esempi di situazioni nel mondo in cui le pratiche che differivano dai documenti di governance già concordati creavano problemi legali. «Queste cose finiscono in tribunale, e qualcun altro ci dice: “Ehi, non stai seguendo le tue regole”» ha aggiunto «Quindi non solo si produce imbarazzo interno perché non seguiamo le nostre regole, ma diventa una questione di pubblico dominio in tutto il mondo».

Ha infine ricordato ai partecipanti che il ruolo dei documenti legali è cruciale per sostenere la struttura organizzativa storica della Chiesa. «Abbiamo una teologia che ci identifica e ci tiene insieme come avventisti del 7° giorno, ma abbiamo anche concordato il modo in cui governiamo noi stessi, la nostra politica, il modo in cui ci amministriamo all’interno della chiesa», ha concluso «Non siamo congregazioni separate e indipendenti. Non seguiamo il modello congregazionale. Siamo un’organizzazione basata sul collegio elettorale».

Nella sua presentazione, Claude Richli ha approfondito il valore della struttura organizzativa avventista. «Ci sono anche tutti i tipi di vantaggi che le singole componenti della Chiesa traggono dall’appartenenza a un sistema che si articola su queste premesse» ha affermato «Come la forza di lavorare all’interno di un sistema, con politiche e procedure che accelerano il processo per facilitare la realizzazione della missione e aumentare le nostre possibilità di successo».

Oltre l’unità della Chiesa
Pur riconoscendo l’importanza dell’unità della chiesa, ci sono altri argomenti correlati che dovrebbero occupare la mente dei leader avventisti, secondo E. Köhler. «Dobbiamo dedicare anche del tempo per affrontare la sfida di investire e coinvolgere le nuove generazioni nella leadership, per la struttura della chiesa, per un modello migliore che possa servire alla nostra unità e missione, per il ruolo della leadership nel rafforzare le nostre dottrine nell’epoca postmoderna», ha affermato.

Köhler crede che questi e altri temi siano questioni strategiche che sfidano la chiesa, e il ruolo dei leader avventisti, presenti e futuri, sia essenziale per affrontarli. «Più che risolvere i problemi che abbiamo oggi, la Chiesa mondiale ha bisogno di investire nelle persone giuste, in leader che saranno in grado di servire in posizioni di leadership… con una visione equilibrata e obiettivi chiari» ha concluso «Il futuro della chiesa è direttamente collegato alla qualità dei suoi leader».

Per M. Finley, la formazione alla leadership è un compito senza fine. «È fondamentale che, come leader, cerchiamo costantemente di allargare il nostro processo di riflessione e di approfondire la comprensione delle responsabilità della dirigenza», ha affermato.

Ha poi dichiarato di essere rimasto colpito dalla qualità delle presentazioni durante l’evento; un’impressione condivisa da altri leader presenti. «Quello che mi ha colpito di più è stato… lo spirito di collegialità e il senso unitario della missione da parte delle persone presenti», ha concluso Finley.