Lina Ferrara – Il 25 di ogni mese è un «Orange Day», la giornata arancione designata dal segretario generale delle Nazioni Unite al fine di sensibilizzare e agire per fermare la violenza contro le donne, le ragazze e le bambine.

Oggi, indossa qualcosa di arancione, colore scelto per rappresentare un futuro libero dalla violenza di genere in tutte le sue forme. Inoltre, l’Orange Day invita a mobilitarsi per mettere in evidenza le problematiche al fine di prevenire e fermare tale violenza. E ciò non deve avvenire solo una volta all’anno, vale a dire il 25 novembre (Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne), ma ogni mese.

I dati sulle vittime di femminicidio in Italia sono drammatici. Ci dicono che dal 2006 al 2016 le donne uccise nel nostro paese sono state 1.740, di queste 1.251 (il 71,9 per cento) tra le mura domestiche, 846 all’interno della coppia, 224 per mano di un ex compagno, fidanzato o marito.

Dall’inizio del 2017 sono oltre 20 le donne uccise, una ogni tre giorni.

Inoltre, sono 1.628 i bambini che, negli ultimi 15 anni, hanno perso la madre per colpa del padre o del compagno, un numero veramente impressionante. Di loro non si parla quasi mai, ma sono anch’essi vittime di questa assurda violenza.

Franca Zucca, responsabile dei Ministeri femminili dell’Uicca ha affermato: «L’ex segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, qualche tempo fa, aveva dichiarato: “Rompi il silenzio. Quando assisti a violenze sulle donne e bambine, non sederti. Agisci”. Questa sollecitazione è tuttora valida e, in qualche modo, non dovrebbe lasciarci tranquilli. Le manifestazioni di piazza contro la violenza, le varie iniziative per quanto lodevoli non bastano a scuotere le coscienze ormai un po’ assuefatte, se non addirittura annoiate, difronte all’ennesimo femminicidio o ad altro atto di violenza».

«È necessario», ha continuato, «educare i nostri figli, i nostri scolari, i nostri studenti al rispetto dell’altro sesso. Riporto una considerazione che ha fatto una dirigente della Questura di Torino: “Bisogna far comprendere ai ragazzi che cosa significa maltrattare, cioè far prevalere la propria posizione con la forza fisica, con parole e gesti denigratori, approfittando della condizione di debolezza dell’altro… Sarebbe bello inserire, accanto alla matematica e all’italiano, l’educazione delle emozioni, perché per essere un buon cittadino, non basta l’educazione civica, occorre imparare il rispetto per gli altri”».

Dora Bognandi, direttore associato del dipartimento Affari pubblici e Libertà religiosa dell’Uicca, ricorda: «La violenza contro le donne è un problema gravissimo che ci interroga tutte e tutti. Purtroppo quando si parla di questo argomento, sembra che riguardi solo le donne. Anche questa è una mistificazione, perché chi commette questo tipo di violenza non sono le donne».

E aggiuge: «Ritengo che le chiese debbano fare delle riflessioni serie sui vari tipi di violenza. Non esiste solo quella fisica che sfocia poi, nei casi più gravi, nel femminicidio. Esiste la violenza psicologica che è arrivata a far credere a tutti che le donne sono di una razza inferiore e che a loro manca qualcosa di essenziale. Esiste la violenza economica che le colpisce in modo particolare e che non le rende libere di fare le proprie scelte. Ed esiste anche una violenza religiosa esercitata da chi, testi alla mano usati strumentalmente, sancisce la loro inadeguatezza. Un’operazione culturale, che ha attraversato i secoli e gli spazi geografici, ha tramandato un’idea distorta della metà del genere umano, un’operazione culturale deve essere quella che le chiese debbono fare per restituire alle donne l’immagine divina che il Creatore ha voluto imprimere in loro».

Oggi, donne e uomini, ragazzi e ragazze, indossiamo qualcosa di arancione, per dare un segno visibile che siamo contro la violenza, in ogni sua forma.