Maol- i lettori ci scrivonoIn questo periodo in cui si ricorda la Pasqua, pubblichiamo una riflessione sulla risurrezione inviata dal past. Giampiero Vassallo, direttore del dipartimento Libertà religiosa della Federazione delle chiese cristiane avventiste della Svizzera romanda e del Ticino.

Giampiero Vassallo – Giovanni 11:43. Dobbiamo parlare di risurrezione. Impresa ardua, molto ardua, forse troppo. Ardua perché non è detto che questo discorso interessi tutti, o interessi tutti in uguale misura. Quello che interessa a tutti è la vita. La risurrezione, anche per chi ci crede è sempre lontana, futura. E le cose future interessano sempre meno di quelle presenti.

L’interesse può farsi vivo quando, con il passare degli anni, cominciamo a vedere morire intorno a noi le persone con cui abbiamo vissuto. Muore un nostro fratello e allora, forse, cominciamo a chiederci che cosa sarà di lui. E poi noi stessi ci avviciniamo alla nostra morte (che non di rado oggi ci coglie di sorpresa) e può darsi che pensiamo, forse con qualche esitazione, alla nostra possibile risurrezione. Ma appunto: è sempre un interesse legato alla morte.

Ora, la prima cosa che il testo di oggi ci vuole dire è che la risurrezione è legata anche alla vita. Se la nostra generazione è nell’insieme poco interessata alla risurrezione, è perché la collega solo alla morte. Gesù invece la collega anche alla vita.

Ma c’è un altro motivo per cui è molto arduo parlare di risurrezione. È che in fondo non sappiamo bene di che cosa si tratti. Non si tratta di non sappiamo intellettualmente. Non lo sappiamo perché non lo abbiamo sperimentato. E di una cosa si può parlare bene solo se si è sperimenta. Chi può dire di aver fatto l’esperienza della risurrezione? In fondo, viviamo un’intera vita, eppure più andiamo avanti più ci chiediamo che cosa sia la vita. Non è detto che con il passare degli anni diventi più facile rispondere. A me pare che diventi più difficile. E se è difficile dire che cos’è la vita, che pur viviamo, quanto più difficile sarà dire che cos’è la risurrezione, che nessuno di noi ha vissuto.

È dunque davvero difficile parlare della risurrezione, e d’altra parte è altrettanto difficile non parlarne perché essa è lì, davanti a noi, in tutta la sua evidenza. Qualcuno dirà che la risurrezione è soltanto una parola. Sì, ma non è una parola nostra, è parola di Dio. È l’unica parola della Bibbia che non appartiene al nostro mondo, perché è situata al di qua della frontiera della morte. Possiamo adoperare l altre parole della Bibbia: libertà, amore, giudizio, perdono, verità, perché fanno parte anche della nostra esperienza umana. La risurrezione no. Essa è soltanto di Dio. Soltanto Dio risuscita. Noi possiamo dare la vita ma non risuscitarla. Possiamo dare la vita che non c’è ancora, non possiamo ridare la vita che non c’è più. Possiamo creare i vivi, ma non ricreare i morti. È per questo che non la possiamo né spiegare né commentare né illustrare: possiamo solo ascoltarla.

La nostra stessa vita, lunga o breve che sia, non è altro che una lunga introduzione all’attimo supremo della risurrezione. E tutta la faticosa storia umana, con i suoi pesi, il suo immenso travaglio, i suoi ritardi e le sue contraddizioni, non è anch’essa altro che una lunga introduzione al momento in cui sarà trasfigurata nella risurrezione.

C’è, nella tradizione cristiana, una parola non cristiana che dice Memento mori, ricordati che devi morire. La parola cristiana è invece: ricordati che devi risuscitare. La vita cambia se la si vive come preparazione alla morte o come preparazione alla risurrezione. E non cambia solo la vita, ma anche la morte. Il Vangelo ci invita a vivere la nostra esistenza come una lunga introduzione alla risurrezione.

Ed è qui che aggiungo una parola alla risurrezione: fede. Risurrezione e fede.

La risurrezione è per i morti, la fede per i vivi; i morti non possono più credere e i vivi non possono più risuscitare. Risurrezione e fede non sono la stessa cosa, però si assomigliano: chi crede comincia una vita nuova e la risurrezione è la vita definitivamente e pienamente nuova. Chi crede entra nel mondo della risurrezione. Non è ancora risuscitato ma è già un agente della risurrezione. Vivere nella fede significa diventare, in questo mondo di morte, agenti della risurrezione.

Ma il messaggio evangelico non è solo racchiuso nelle due parole risurrezione e fede, è racchiuso anche in un nome: Gesù. Egli dice: Io sono la risurrezione e la vita. Credere in lui significa credere nella risurrezione.

Gesù di fronte la morte del suo amico Lazzaro pianse. Non fu solo commozione. Una delle caratteristiche del nostro tempo è la crescente impassibilità di cui diamo prova davanti alla morte degli altri: ci stiamo abituando alla morte degli altri, alla morte di tutti. Non sappiamo più fremere, reagire. Non piangiamo più. Gesù pianse, non restò impassibile di fronte la morte.

Credere in Dio non significa accettare rassegnati la morte, ma credere fin da ora che la potenza del suo amore è in grado di operare la nostra risurrezione.

 

 

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