“Io sono il buon Pastore”

Vivevo a Sassari, città nella quale ho praticato la mia prima esperienza di pastore. Percorrevo in auto una strada che correva lungo i fianchi di colline ricoperte da prati di un verde brillante. Era primavera, come testimoniavano il rigoglioso risveglio della natura e i campi attraversati da greggi che pascolavano serenamente guidate dai loro pastori. A un tratto, fermo la macchina e insieme a mia figlia ci avviciniamo per vedere un gregge al pascolo che aveva attratto la nostra attenzione. Quello, dicevano i pastori, era un anno particolare: molti parti erano stati gemellari. Chiediamo al pastore il permesso di guardarli da vicino perché desideriamo accarezzare un agnellino e stringerlo al petto! Ci avviciniamo e quello, belando, con un balzo si rifugia tra le braccia del pastore, il quale lo accarezza e lo rassicura. Di lui si fidava!

In un’altra occasione, mentre percorro la strada «Carlo Felice» per raggiungere Nuoro noto, barcollante sul ciglio della strada, un uomo in preda alla disperazione. Ho la tentazione di proseguire, ma chiedo al Signore che cosa posso fare per quell’uomo in palese difficoltà. Mi fermo, gli chiedo se posso aiutarlo e lo faccio salire in auto. Riprendiamo il viaggio e spiego che sto andando a studiare la Parola presso una famiglia. Inizia a piangere e grida che la sua vita è finita e tenta di gettarsi dall’auto in corsa perché la moglie gli ha comunicato di voler vivere con un altro uomo. Lo porto con me a Nuoro, dove partecipa alla riunione di preghiera, poi la sera lo riporto a casa dei familiari, e salutandomi mi dice: «Se non ti fossi fermato domani avresti appreso la notizia della morte di un uomo disperato…». Ho incontrato altre volte Antonio, che ha ritrovato nel tempo la forza per ricominciare.
Non dimenticherò lo sguardo di quei giovani che ho conosciuto, nel corso degli anni trascorsi a Bari e a Roma, nel periodo in cui facevano uso di droghe. Ognuno di loro era legato a storie di dolore e sofferenza. Alcuni non ci sono più. Altri, invece, hanno sperimentato il cambiamento nella loro vita, incontrando Cristo, il buon pastore.
Penso a Ludovica, una giovane donna che ho incontrato a Bologna. Il padre, noto avvocato, proveniva da una famiglia nobile. Ludovica era distesa su un letto di un piccolo appartamento ricavato nei sotterranei del castello paterno: il corpo emaciato, la mano scheletrica tesa nella sua richiesta di aiuto espressa con un filo di voce: «Pastore, la prego, mi aiuti!». Orfana di madre, aveva subito violenze all’interno delle mura domestiche. La sua vita era diventata un «vuoto a perdere». Con una serie infinita di scelte sbagliate fino al momento in cui, per l’uso di droghe, aveva contratto il virus dell’Aids. Seduto sul bordo di quel letto di dolore, allungo la mia mano per incontrare la sua e le sussurro: «Ludovica, non importa quale sia stata la tua vita, il tuo passato. Sono venuto a dirti che hai un Padre in cielo che è anche il tuo pastore. Lui non ti tradirà mai (Salmo 23), poiché tu sei preziosa agli occhi suoi e ti ama (Isaia 43). Ora viviamo l’attesa di un Padre che ritornerà e asciugherà ogni lacrima, non ci sarà più la morte né il dolore, sarà tutto diverso (Ap 21)».
Ludovica si è addormentata nel sonno della morte mentre pronunciavamo le parole del Padre nostro  «… tuo è il regno, la potenza e la gloria in eterno. Amen». Sono sicuro che quando riaprirà gli occhi, si troverà fra le braccia amorevoli del buon Pastore.
Ne ho parlato alcuni giorni fa anche con il piccolo Christian, un bambino di sei anni colpito anni fa da leucemia, mentre, seduto al capezzale del suo letto d’ospedale, lo ungo d’olio e insieme alla madre invochiamo la grazia di Cristo, implorandolo affinché compia il miracolo della guarigione nel suo piccolo corpo martoriato dalla malattia e dal dolore. Da quattro anni, ogni sera, con la sua fievole voce, ripete le parole del Salmo 23:1: «Il Signore è il mio pastore; nulla mi mancherà».
In tutti questi anni, segnati da incontri con uomini, donne e giovani impegnati nel loro vivere quotidiano e nel tentativo di cercare un senso alla loro vita, si è radicata in me la convinzione che Gesù, il buon pastore, rappresenti l’unico vero senso dell’esistenza. In un letto d’ospedale, dietro le sbarre di un carcere, sotto le arcate di un ponte, lungo la strada, chiuso nel tuo dolore, nei tuoi fallimenti, nella tua solitudine, dovunque tu sia e in qualsiasi stato ti trovi, sappi che non sarai mai solo. Gesù dice: «Io sono il buon pastore… io conosco le mie pecore ed esse mi conoscono… do la mia vita per le pecore… perché ne abbiano in esuberanza».‌