Maol – All’indomani dell’approvazione del documento sulla conformità, votato dal Consiglio annuale della Chiesa mondiale, voci di delusione si sono levate dalla Regione Nordamericana (Nad) e da due grandi Unioni statunitensi, nonché dal presidente dell’Unione svizzera.

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La Nad si rammarica per la decisione di Battle Creek: «Non ha raggiunto il risultato per cui ci eravamo impegnati. Molti di noi provano sgomento, delusione e perfino rabbia».

«Riteniamo che il documento votato» continua la dichiarazione «non segua i valori biblici proclamati dai riformatori protestanti e dai fondatori della Chiesa avventista…». Inoltre, prosegue, «ha reso possibile la centralizzazione del potere e creato un sistema gerarchico di governance».

La dichiarazione della Nad afferma la volontà collaborativa. «Sebbene sia difficile, malgrado il rancore dobbiamo mantenere la nostra fede in Gesù. È lui il nostro Leader e la fiducia in lui illuminerà la nostra via. La missione, l’opera della chiesa, deve andare avanti.

Non sono le norme a tenerci insieme. È lo Spirito di Dio a mantenerci uniti. Vi esortiamo a pregare per la Chiesa. Preghiamo perché lo Spirito Santo possa svolgere la sua opera, permettiamogli di mantenerci uniti. “Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo” (Ga 6:9)».

Daniel R. Jackson, presidente della Nad, ha voluto anche rassicurare le donne che svolgono il loro ministero nelle comunità avventiste nordamericane. «Il voto … non altera il vostro status. Siete apprezzate e necessarie… Il vostro ministero ha valore inestimabile».

Durante la discussione al consiglio annuale, prima del voto, il decano del Seventh-day Adventist Theological Seminary, Jiří Moskala, aveva così commentato: «Questo documento viola il principio del Sola Scriptura … È la prima volta, nella storia della chiesa, che si puniscono i nostri leader su basi non bibliche».

I dirigenti della Pacific Union Conference (Unione che include sette Federazioni locali e un migliaio di chiese in California, Arizona, Nevada, Utah e Hawaii) hanno dichiarato: «La missione della chiesa è universale, mentre il ministero della chiesa è locale. Siamo risoluti nel nostro continuo impegno a consacrare allo stesso modo donne e uomini. Rimaniamo determinati nel sostegno alle nostre chiese, scuole, Federazioni e a tutti i nostri dipendenti. La Pacific Union Conference afferma e rinnova la propria dedizione al ministero unico che Cristo ci ha dato».

I vertici della Columbia Union Conference (Unione che comprende otto Federazioni locali e circa mille chiese della regione dell’Atlantico centrale) hanno dato voce e condiviso il sentimento di delusione diffuso tra molti membri. Nella loro dichiarazione affermano: «Siamo una parte fedele e leale della Chiesa di Dio e ci sforziamo di vedere la sua mano in questa decisione. Continuiamo a essere preoccupati sulla crescente centralizzazione dell’autorità alla Conferenza Generale e la conseguente supremazia amministrativa. Molti si chiedono cosa succederà dopo. Tra due settimane, il Comitato esecutivo della Divisione Nordamericana discuterà e deciderà come affrontare questo sviluppo. A sua volta, il Comitato esecutivo della Columbia Union Conference si riunirà a metà novembre per valutare come affrontare questa nuova realtà.

Assicuriamo che questo voto non cambia in alcun modo lo status o la chiamata delle donne al ministero come pastore, anziane o a qualsiasi altro ruolo dirigenziale. Rispettiamo molto la collaborazione e il contributo delle donne che servono nella nostra Unione. La missione, i valori e le priorità della nostra Unione sono chiari e continueranno a guidare le nostre decisioni. Continuate a pregare per la guida di Dio in questi tempi turbolenti».

In Europa, il presidente della Chiesa avventista svizzera, Stephan Sigg, ha espresso anche lui delusione per l’adozione del documento, informa l’agenzia stampa Apd. «Mi dispiace che come comunità mondiale abbiamo continuato e consolidato il nostro percorso di centralizzazione” ha affermato Sigg, che al Consiglio annuale, nella discussione precedente al voto, aveva avvertito del pericolo di accentramento «che ostacola e non promuove la missione della chiesa».

La denominazione conta attualmente 21 milioni di membri in tutto il mondo. Tale crescita numerica ha fatto emergere, più che durante l’ultima riforma strutturale del 1901, la domanda su come «vogliamo funzionare e vivere insieme in futuro in quanto comunità multinazionale e multiculturale». Un approccio centralista non servirebbe a «rafforzare la coesione all’interno delle nostre fila», ha dichiarato Sigg.