La notizia dell’ultimo scandalo nel mondo bancario non sorprende più nessuno; ormai dal 2008 a oggi ci siamo assuefatti.

Quante promesse di moralizzazione!

Quanti giuramenti fatti con la mano sul cuore! Dopo la bolla dei subprime, ecco lo scandalo del riciclaggio di denaro proveniente dai narcotrafficanti.

Stando a quanto affermano importanti quotidiani, il cinese messicano Ye Gon, cliente della prima banca europea, la Hsbc, è stato trovato in casa con 205 milioni di dollari in contanti, la cifra più alta mai sequestrata. Ora, trascorre i suoi giorni in una prigione degli Stati Uniti. La banca, strumento essenziale per la circolazione dei capitali, è anche l’emblema della finanza moderna. Eppure, nel sistema bancario c’è qualcosa di intrinsecamente marcio. Messo alle strette, si varano in fretta e furia timide regolarizzazioni e, con un’ingegnosa architettura, si cerca rapidamente il modo per tranquillizzare i clienti: spesso sedotti
e abbandonati.
Mai come oggi un termine greco relativo alla ricchezza è diventato fonte di verità: è l’aggettivo adêlos (incerto, poco chiaro, insicuro, ecc.). Lo afferma l’autore della prima lettera a Timoteo: «… non riporre la speranza nell’incertezza (adêlotes) delle ricchezze, ma in Dio» (1 Tm 6:17). Il testo biblico non condanna la ricchezza in sé, non esprime certezza manichea nei confronti della proprietà, come è successo in molti movimenti pauperistici. La Scrittura mette in luce la pericolosità della ricchezza, senza però demonizzarla.

L’Antico Testamento dà valore positivo al possesso di beni, armenti, figli, servi, come espressione del dono di Dio. Ma l’aggettivo adêlos presenta gli aspetti più inquietanti che si ritrovano nel nostro tempo insicuro. Colui che oggi sta bene, ha un lavoro che gli permette di vivere con un discreto tenore di vita, domani potrebbe vivere in una casa di cartone, perdendo tutto, in un colpo solo.

Qualche anno fa, mentre in compagnia di un collega visitavo degli artigiani della periferia napoletana per diffondere la rivista Vita & Salute, presso l’officina di un elettrauto c’era una scritta con questo detto popolare ben noto: «I soldi non fanno la felicità, figuriamoci la povertà!». E lo sanno bene i nuovi poveri. L’aumento della povertà ha reso ulteriormente vulnerabili tutte quelle persone colpite dalla crisi occupazionale. Tra i giovani, la povertà rischia di disperdere un capitale umano (che brutta parola!), circa di 25 per cento delle nuove generazioni, già molto ridotto sul piano demografico.

Uno studio ha dimostrato che sono in aumento i Neet, i giovani che non sono né a scuola né a lavoro, spesso rassegnati e senza speranza. Intanto, gli alti dirigenti della Hsbc si sono cosparsi il capo di cenere davanti alla Commissione d’inchiesta del Senato americano per essersi trasformati in banchieri dei terroristi e dei trafficanti. La banca avrebbe aiutato l’Iran, la Corea del Nord, il Sudan e intrattenuto rapporti con una banca saudita, sospettata di finanziare Al Qaeda (Il Sole 24ore del 18 luglio 2012). La banca rischia una multa di almeno un miliardo di dollari.

E allora ci chiediamo: che cosa fanno le chiese? Si affidano anch’esse alle banche esponendosi eccessivamente per finanziare i loro beni immobili o avranno il coraggio di denunciare un sistema che necessita di una profonda riforma?