Incontri. “Ero indeciso, ma Dio mi ha convinto”

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Incontri. “Ero indeciso, ma Dio mi ha convinto”

Il direttore del Messaggero Avventista, Giuseppe Cupertino, ha intervistato André Legni, pastore tirocinante in servizio nelle chiese di Sesto San Giovanni e di Milano rumena.  Per iniziare parliamo della tua storia personale e familiare.  Sono nato a Forlì nel 1987 da padre romagnolo, Silvio, di Cesena, e madre portoghese, Arlete Santos, di Oporto. Mi hanno fatto dono di […]

Il direttore del Messaggero Avventista, Giuseppe Cupertino, ha intervistato André Legni, pastore tirocinante in servizio nelle chiese di Sesto San Giovanni e di Milano rumena. 

Per iniziare parliamo della tua storia personale e familiare. 
Sono nato a Forlì nel 1987 da padre romagnolo, Silvio, di Cesena, e madre portoghese, Arlete Santos, di Oporto. Mi hanno fatto dono di due sorelle meravigliose, Melanie e Silvia, e della fede (nella foto sopra André, a sinistra, con le sorelle Melanie e Silvia e in genitori Arlette e Silvio).

Per 29 anni ho vissuto frequentando la chiesa locale, dove a 20 anni tu stesso mi hai battezzato. In quegli anni sono maturato dal punto di vista umano e spirituale grazie anche ai miei genitori, agli amici, ai leader della comunità, agli animatori scout e giovanili incontrati nel cammino. 

Dopo aver conseguito il diploma di geometra, ho studiato ingegneria civile a Bologna, ottenendo anche la laurea magistrale. Poi ho accolto la vocazione pastorale e sono andato a studiare teologia presso l’Istituto universitario avventista di Firenze. 

Grazie per avermi ricordato. All’epoca eri impegnato nello studio ma anche con la chiesa. Ti chiedevi se dovessi seguire la strada del ministero. Ne abbiamo parlato e ti dissi che anche se fossi diventato ingegnere, comunque avresti potuto vivere la chiamata a servire il Signore. Come sei arrivato alla vocazione pastorale?
Ricordi bene. Intorno ai 20 anni sentivo una forte spinta al servizio ecclesiastico. Mi sono coinvolto nella chiesa in vari ambiti e membri di chiesa e pastori mi suggerirono di valutare il ministero pastorale. Tuttavia, non presi mai troppo seriamente quegli inviti, ritenendo, come dicevi, di poter servire il Signore anche senza fare il pastore.

Furono anni combattuti, non capivo se fare l’ingegnere o il pastore. Poi nel 2016, durante la settimana di preghiera dei giovani, alcune parole condivise con l’amico e collega Stefano Calà mi colpirono, riaccendendo in me la vocazione quasi accantonata. Proprio lui che, in occasione del mio battesimo, mi aveva regalato un biglietto del treno dove aveva scritto: “Biglietto di sola andata per Villa Aurora, metti la tua vita nelle mani del Signore”.

Erano trascorsi 9 anni. Partecipai all’open day dell’Istituto avventista di cultura biblica “Villa Aurora” a Firenze.[1] E, durante un momento di preghiera molto intimo e speciale, il Signore mi ha fatto capire che mi chiamava a servirlo come pastore. Così ho compiuto due scelte fondamentali per la mia vita: ad agosto ho sposato Debora, la mia compagna di vita e vocazione, e a settembre ho iniziato gli studi di teologia.  

Come consideri il tuo essere chiamato a condividere fede e speranza con gli altri, con i giovani in particolare?
A 39 anni riconosco di essere culturalmente e mentalmente distante da chi ha 13 o 24 anni. Le generazioni mutano rapidamente e stare al passo è complesso. Noto però un bisogno trasversale: l’accoglienza. 

Alcune esperienze personali mi hanno portato a riflettere molto su quello che significa essere accoglienti verso i giovani, nelle diversità che li caratterizzano, con un atteggiamento non giudicante, ma disponibile a un sincero ascolto, mettendo in discussione alcune “certezze” che abbiamo come chiesa, lasciando spazio a un dialogo aperto.

I giovani hanno bisogno di uno spazio di espressione dove portare chi sono e il loro modo di vivere la vita e la fede. Quindi ascolto, accolgo e racconto la mia esperienza, la mia comprensione come possibile alternativa a un modo di vedere o intendere alcune questioni etiche o teologiche. Le crisi personali che ho vissuto, fra scetticismo, dubbi e critiche, mi aiutano ad accogliere meglio i giovani, a simpatizzare in modo costruttivo, ponendomi in cammino insieme a loro, con discrezione, affiancandone le esperienze e dando fiducia.  

Sei appena entrato in servizio, sei diventato papà da poco. Come organizzi la tua vita, gli impegni pastorali, quelli nei confronti della famiglia? Con quali criteri?
In realtà sto ancora cercando di capire come gestire meglio il ministero pastorale e la vita familiare, perché prima di essere un pastore sono un marito e un padre. Tuttavia, mi rendo conto che tendo a trascurare i bisogni della mia famiglia.

Pregare come coppia ogni giorno e in più momenti della giornata sta facendo la differenza nella nostra esperienza coniugale e familiare. Debora mi aiuta, mi consiglia e mi sostiene, essendo consapevole e rispettosa del mio impegno vocazionale. Mi fa aggiustare il tiro quando magari trascuro il mio ruolo di padre e marito.  

Da quando sono nati i nostri figli stiamo riadattando il nostro equilibrio: con Natan e poi con Emma è sorto qualche elemento di sfida, ma invocando il Signore si affronta meglio tutto.  

Di solito sto un po’ con Debora, Natan ed Emma, la mattina, al risveglio: dopo il culto di famiglia, facciamo colazione insieme. La sera è il momento più critico per via dell’addormentamento dei bambini: non è sempre possibile vivere quello che dovrebbe essere il nostro tempo di qualità a fine giornata, per il dialogo e l’intimità. Il vero giorno che mi permette di dedicarmi alla mia famiglia è comunque il giorno libero settimanale. 

Quando è possibile coinvolgo la famiglia nelle visite pastorali, per la gioia di chi ci accoglie. Il sabato sono sempre con me. Mi ritaglio il tempo per me stesso, per coltivare la mia spiritualità e i miei interessi, la mattina presto, anche se non sempre come e quanto vorrei. Durante la giornata a volta manca della buona comunicazione, ma ci stiamo lavorando! 

Qual è, a tuo avviso, il rischio maggiore per chi annuncia il Vangelo oggi?
Credo che il rischio maggiore sia presentare solo una parte del messaggio di Cristo e la vita nuova nello Spirito, passando sotto silenzio gli aspetti ritenuti scomodi o inopportuni, a detrimento della potenza trasformatrice e rivoluzionaria del messaggio evangelico. La verità presente va annunciata, prendendo sul serio il Vangelo e la realtà contemporanea, nella sua complessità. 

In un tempo segnato da guerre, crisi ambientali e disorientamento etico, in che modo tenere insieme il messaggio dell’attesa del ritorno di Cristo e l’impegno responsabile nella storia? 
Le due cose devono sicuramente andare insieme: io vivo questa attesa in maniera responsabilmente attiva. Lascio spazio allo Spirito Santo affinché trasformi il mio carattere e mi renda una benedizione per chi incontro, così che in qualche modo io possa essere parte della soluzione e non del problema, ricercando, vivendo e promuovendo i valori etici e spirituali del Regno.  

Come evitare che la speranza diventi evasione o perda incisività?
Non deformarla in minaccia né in utopia. Ad oggi sta funzionando! 

Quale parola pensi sia da custodire con particolare fedeltà?
La parola greca pistis, nel suo duplice significato di fiducia e fedeltà. Fiducia in Dio, nel suo piano di redenzione, che giungerà a compimento secondo quanto ha promesso, e fedeltà al progetto di vita del Creatore, incarnando il modus vivendi del Regno a venire.

Note
[1] L’Istituto universitario avventista che da allora ha cambiato nome.

[Immagine in fondo: Stephanos Evangelou, Dreamstime.com]

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