Abitare la prossimità nell’era dei fantasmi digitali

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Abitare la prossimità nell’era dei fantasmi digitali

Riscoprire lo sguardo, l’empatia e il rispetto alla luce del vangelo. “Oggi non porgiamo alcun riguardo all’Altro. Prestare attenzione all’Altro, includere, coinvolgere l’Altro nella nostra percezione, nei nostri pensieri, nel nostro comportamento, ci affatica e ci disturba”. Con queste parole taglienti si apre l’analisi lucida e spietata del filosofo Byung-Chul Han nel suo recente saggio […]

Riscoprire lo sguardo, l’empatia e il rispetto alla luce del vangelo.

“Oggi non porgiamo alcun riguardo all’Altro. Prestare attenzione all’Altro, includere, coinvolgere l’Altro nella nostra percezione, nei nostri pensieri, nel nostro comportamento, ci affatica e ci disturba”. Con queste parole taglienti si apre l’analisi lucida e spietata del filosofo Byung-Chul Han nel suo recente saggio La società senza rispetto (recensione pubblicata su La Repubblica del 15 settembre 2026).

La tesi è questa: viviamo immersi in un tempo in cui l’io ha fagocitato ogni spazio disponibile. Il narcisismo digitale non ci rende solo più autoreferenziali, ma ci trasforma – per usare l’efficace metafora di Han – in veri e propri “spettri”. Fenomeni come il ghosting (lo svanire improvviso nei rapporti umani, l’eliminazione dell’altro trattato alla stregua di un oggetto obsoleto) sono lo specchio di una profonda crisi relazionale. Ci sfioriamo online ma ci evitiamo nella carne; cerchiamo il self care ma ci ritroviamo emotivamente prosciugati e spiritualmente isolati.

Dalla freddezza digitale alla “fantasia reale”
Il testo di Han ci interpella profondamente come credenti. Il filosofo, richiamando Martin Buber, parla della necessità di recuperare la cosiddetta “fantasia reale”: la capacità di trattenere davanti all’anima la realtà viva di ciò che il nostro prossimo sta provando, soffrendo o sperando in questo preciso momento. È l’opposto della fantasia narcisistica che ci rende ciechi di fronte al dolore altrui.

Nel tessuto della vita cristiana, questo concetto trova la sua radice più autentica nell’amore agapico e nella compassione operosa. Gesù di Nazaret non ha mai ridotto le persone a categorie, numeri o ostacoli sul cammino. Egli è l’incarnazione di quel “sì” primordiale all’alterità di cui parlava Buber: anche quando correggeva o smascherava l’ipocrisia, il suo sguardo non annichiliva mai la persona, ma la riconosceva nella sua dignità originaria di creatura amata da Dio.

Una chiamata alla responsabilità e alla speranza
La tentazione, oggi, è quella di innalzare muri di difesa. Di fronte alla stanchezza relazionale e al rischio del burnout (l’esaurimento) sociale, potremmo essere tentati di ritirarci nel nostro guscio, praticando una forma di freddezza protettiva. Ma la chiamata del vangelo è radicalmente diversa.

Il discepolato cristiano ci invita a riscoprire una responsabilità che non schiavizza, ma libera. È la consapevolezza che la nostra vita ha valore solo nella misura in cui si apre all’incontro con l’altro. Non siamo chiamati a essere eroi esausti, ma testimoni di una grazia che ci previene e ci sostiene.

In un mondo che rischia di diventare un deserto spettrale, la nostra testimonianza profetica passa attraverso i gesti più semplici e quotidiani: spegnere il pilota automatico dell’indifferenza, guardare negli occhi il nostro prossimo senza filtri, accogliere le differenze senza distruggere chi la pensa diversamente e dire dei “sì” coraggiosi all’amore autentico.

La speranza cristiana poggia sulla certezza che l’amore non è un’illusione sentimentale, ma l’unica forza capace di trarci fuori dal regno delle ombre e restituirci alla pienezza della vita nel Regno di Dio.

Davide Mozzato, collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS. Ascolta i suoi podcast qui.

[Immagini: Paperrose19, Dreamstime.com; Vladans, Dreamstime.com]

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