Il lutto ci sfida ad amare

Laura Palumbo
Il lutto ci sfida ad amare

Foto: jarmoluk, Pixabay.com

Può un’esperienza lacerante cooperare al nostro bene?

Tempo fa, mentre cercavo affannosamente le parole giuste per confortare chi stava vivendo un lutto, ricevetti una lezione inaspettata. In quel silenzio denso di dolore mi sentii scuotere dentro ascoltando questa risposta: “Sono grato per il tempo che mi è stato concesso di trascorrere con lei”.  

In quelle parole ho compreso che provare un dolore profondo per chi abbiamo perso significa aver amato intensamente, e che quell’amore è stato un dono.  

Trovare gratitudine di fronte alla morte non significa negare la sofferenza, ma accogliere e custodire la bellezza di ciò che è stato. La naturalista e saggista Terry Tempest Williams, scrive: “Il lutto ci sfida ad amare ancora una volta”. In questa sfida risiede la nostra guarigione: solo scegliendo di non chiudere il cuore, di abitare le nostre ferite e ascoltarle pienamente, possiamo guarire e trovare la forza di estendere l’amore ricevuto verso chi ci circonda, dimostrando che la morte non ha l’ultima parola e che l’amore, una volta acceso, non si spegne mai.  

Questa consapevolezza richiede, tuttavia, un coraggio che la società contemporanea, tende a ostacolare, rimuovendo la sofferenza e privatizzando il dolore, lasciandoci senza strumenti, disarmati di fronte alla perdita. Così, quando la morte irrompe nelle nostre vite, non sappiamo come accogliere quel dolore. Cerchiamo di anestetizzarlo, pur di non lasciargli spazio nelle nostre giornate.  

A livello spirituale fatichiamo a comprendere perché Dio permetta che qualcuno che amiamo ci venga strappato via, o come un’esperienza così lacerante possa cooperare al nostro bene. Un padre che lascia morire il proprio figlio nell’agonia della croce può apparire crudele. Eppure, proprio in ciò che sembra incomprensibile umanamente, si nasconde il segreto dell’eternità. Nel Vangelo di Giovanni (3:16), leggiamo: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”. L’amore del padre non si ferma sul ciglio della tomba, ma si veste di una promessa che illumina l’oscurità. 

Quando chi ama Gesù esala il suo ultimo respiro, non entra nell’oblio: si addormenta nella custodia di Dio, nella speranza del risveglio eterno. In Dio possiamo affrontare il lutto perché egli, per primo, ha provato l’angoscia della perdita con il piano di salvezza per noi e, proprio per questo, è capace di consolarci come nessun altro. Come ricorda la Scrittura: “Il Signore è vicino a quelli che hanno il cuore spezzato e salva quelli che hanno lo spirito affranto” (Salmo 34:18). 

Il conforto di Dio non passa soltanto attraverso una dimensione intima e interiore, ma si manifesta anche nelle persone che ci mette accanto. Spesso, di fronte a un lutto, tendiamo a isolarci per il timore di “essere un peso” per gli altri. Ma le lacrime non piante inumidiscono l’anima e rendono inaccessibile anche la bellezza. Accettare di condividere il dolore significa permettere agli altri di essere la mano di Dio che ci accarezza. Il Signore non ci ha creati per essere isole, ma costellazioni. Mostrare agli altri le proprie ferite non è segno di debolezza, ma un atto coraggioso che ci permette di non rimanere incastrati nel dolore e di scoprire come l’amore di Dio, nel concreto, cura i nostri cuori spezzati.

Di fronte alla morte
Fa paura amare
ciò che la morte può toccare.
Amare, sperare, sognare
e, ahimè, perdere.
Una cosa da folli, questa,
l’amore,
ma una cosa sacra:
amare ciò che la morte può toccare.
Poiché la tua vita ha vissuto in me;
la tua risata un tempo mi ha sollevato; 
la tua parola è stata per me un dono. 
Ricordarlo porta una gioia dolorosa.
È una cosa umana, l’amore,
Una cosa sacra,
Amare
Ciò che la morte può toccare. 

Chaim Stern, poeta e rabbino del ‘900

Laura Palumbo

Laura Palumbo, psicologa, coordinatrice della casa di riposo “Casa Mia”, Forlì. 

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