Francesco Zenzale – «Per fede abbandonò l’Egitto, senza temere la collera del re, perché rimase costante, come se vedesse colui che è invisibile» (Eb 11:27).

Erano stati quaranta giorni con il risorto, tra apparizioni, desideri, apprendimento e promesse, per poi vederlo ascendere al cielo e cominciare a vivere nell’attesa del suo ritorno che ancora oggi non si è avverato. Attesa che avrebbe inaridito la fiducia se non ci fosse stata l’effusione dello Spirito Santo (At 1:8; cap. 2; Gv 16:12-15).

Perché tutti questi secoli d’indugio? Sono defluite centinaia di generazioni, quante ne dovranno passare? Secoli segnati da fiducia, speranza e dalla resilienza nell’affrontare l’urto violento della malattia, della morte, delle ingiustizie e della perfidia degli uomini!

Come i discepoli, anch’io gli ho chiesto: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?» (At 1:6). La sua grazia e la gioia della salvezza, instillate nell’intimo, non bastano; non soltanto perché è difficile vivere e soffro per l’immensa tragedia di milioni di persone umiliate per interessi economici e nazionalistici, ma anche perché sono innamorato della sua persona, del suo ineffabile carattere e dall’intensa voglia di imitarlo e di lasciarmi abbracciare e festeggiare (Lu 15:20). Voglio tornare a casa!

La risposta? «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità» (At 1:7). Aveva ragione! Anche «gli angeli del cielo» non conoscono il giorno del suo ritorno e nemmeno Gesù per il tempo vissuto su questo inquieto pianeta, «ma solo il Padre» (Mt 24:36). E se a Gesù il «figlio dell’uomo e di Dio» e «Messia» gli fu negato di conoscere l’evento clou di questa tortuosa parabola della vita, come potremmo, così fragili ed egoisti, cercare di conoscere il tempo in cui Dio introdurrà i redenti nel suo regno?

Perciò, volgiamo lo sguardo al presente e cerchiamo di comprendere come muoverci nella sua grazia, considerando il seguente impegno e legame: «io sarò con voi tutti i giorni» (Mt 28.20). Promessa rincuorante ma anche inquietante. Parole evangeliche incoraggianti e paradossali, perché, da una parte, attestano che Gesù percorre i nostri sinuosi sentieri; dall’altra, nel quotidiano, è difficile individuare fatti concreti della sua presenza e assistenza. Da che cosa possiamo desumere che egli stia facilitando la nostra vita? In che modo interagisce in nostro favore? Paolo, nelle lettera ai Romani, evidenziava «che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (8:28 – Cei). Riusciamo a distinguere in questo «tutto» le modalità esecutive di Dio?

Sinceramente, vorremmo… ma siamo deficitari, perché è impossibile comprendere Dio e afferrare il suo agire. Non abbiamo una lista di eventi provati e personalizzati, che ci offrono la possibilità di afferrare, senza indugi, il comportamento di Dio. Da una parte egli ci assicura che, nella potenza dello Spirito Santo, è con noi «tutti i giorni»; dall’altra non è dato di conoscere il suo vademecum o il modo in cui viaggia con e per noi.

Anche nella fede, grazie alla quale siamo agganciati al cielo, è possibile cogliere la medesima singolarità. Nel Padre nostro, la locuzione «sia fatta la tua volontà» (Mt 6:10), esprime un atto di fiducia inesprimibile. Un’azione risoluta e di completo abbandono nell’Altro, vissuta come risposta al silenzio e al mistero di Dio (Sl 37:7). Per fede crediamo in Dio, nella sua parola, nella grazia e nel suo amore. Per fede, esponiamo gioie, dolori e speranze nella certezza che egli raccolga nel suo «otre» le nostre lacrime (Sl 56: 8), consapevoli di non essere mai soli (Eb 13:5). Per fede, viviamo come se vedessimo l’Invisibile, ma senza avere la possibilità di toccarlo, di mangiare con lui e di vederlo operare. Siamo sospesi fra il cielo e la terra! Che strana sensazione! La fede ci innalza, nello spirito e nelle emozioni, dalla «terra» per captare un po’ d’eternità, dalla quale fluisce la pace interiore, ma nello stesso tempo i piedi indugiano nella polvere (Ge 3:19). Fino al «terzo cielo», ma ancora ormeggiati in questa valle di avversi e di miserie (2 Co 12:2).

Questo inspiegabile percorso spirituale può racchiudere una penosa frustrazione, dalla quale può fluire una singolare patologica: l’infantilismo spirituale. Una visione o percezione della presenza di Dio segnata dal magico mondo tipico di un bambino. Una spiritualità marcata da supposti segni (miracoli) che nascondono l’illusione di toccare, gestire Dio e la sua potenza. Siamo, con insolenza, capaci di far scendere «fuoco dal cielo» (Lu 9: 54), chiedere dei «segni» per cercare di smorzare le nostre insicurezze (Mt 12:38) e conferme sulla sua esistenza e presenza. Onestamente, è più facile proiettare su Dio l’estensione dei nostri desideri e percezioni, piuttosto che permettergli che sia «Altro».

Dio non si lascia incantare o manipolare dai nostri sogni o intuizioni. Non si lascia convincere dalle nostre sfibranti preghiere e osservazioni su eventi che ci coinvolgono o in apparenza profetici. Cammina e si «siede» a tavola con noi, ma non scherza con la nostra infantile religiosità. Egli desidera che i suoi figli eccedano in fiducia, tale da impreziosirsi «in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo» (Ef 4:13-15).

È Dio che stabilisce come e quando elargire i suoi doni e intervenire nella nostra vita, senza impoverire la libertà di scegliere di amarlo, regalandogli la nostra breve esistenza o di seguire alternative, con lo scopo di soddisfare «mille desideri» e perderci per le strade del mondo (2 Co 12: 11; Gs 24:15; 1 P 2:11). Egli agisce secondo criteri propri che non sappiamo debitamente distinguere. Il percorso storico collettivo e personale non dovrebbe essere analizzato secondo regole e conoscenze umane, dalle quali fluisce una visione limitata della «verità». L’itinerario per quanto sia instabile e colmo di imprevedibilità interagisce con il cielo, cioè con realtà a noi nascoste e impensabili. Pertanto non c’è dato di conoscere il modo in cui Dio lo gestisce. Delle volte, volgendo lo sguardo al passato riusciamo, con stupore, a discernere la sua attività.

Vi confesso che vorrei vederlo, abbracciarlo, ascoltare la sua voce e cogliere la sua volontà, come quella espressa nei confronti del lebbroso: «lo voglio, sii guarito», oppure quella emessa al paralitico: «alzati, prendi la tua lettiga e cammina» e poi le efficaci parole capaci di invalidare le tenebre della morte: «Lazzaro, vieni fuori». Niente di tutto questo! Il silenzio di Dio intimorisce, ammutolisce, ma senza defraudare la fiducia e la speranza. È proprio vero, «il giusto vivrà per fede» (Ga 3:11; Ro 1:17), nell’apparente immobilismo di Dio. All’incredulo, prodigioso e concreto mondo di Tommaso, Gesù disse: «Perché mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20: 25-29).