Michele Gaudio – Le motivazioni che ci hanno portato a produrre questo lavoro sono gli interrogativi che a volte alcuni credenti di varia estrazione confessionale si pongono riguardo al ruolo delle donne nel servizio d’adorazione, domande che in qualche modo esigevano e forse continuano a esigere risposte. Il presente saggio s’inserisce nell’impegno che la società post-moderna opera per l’uguaglianza di genere, le lotte contro ogni forma di discriminazione e sopruso e il riconoscimento dell’apporto positivo della figura femminile anche su fronti tradizionalmente considerati maschili.

In ambito ecclesiastico, il movimento migratorio di credenti provenienti da altre parti del mondo, che spostano con loro anche un patrimonio storico-culturale, esperienze, tradizioni, comprensioni e sensibilità differenti sull’argomento, ha contribuito a rendere necessario un approfondimento biblico. Nelle comunità cristiane, nelle quali la parola di Dio occupa un posto normativo e formativo, è legittimo chiedersi, davanti a situazioni nuove o a nuovi quesiti, se e cosa la Bibbia dica in merito. Il distinguo tra ciò che il testo dice e quanto invece vuole dire è spesso oggetto di discussione e dibattito.

Uno studio teologico sulla figura e sul ruolo femminile nella Bibbia in rapporto al culto sarebbe l’ideale ed auspicabile, purtroppo il tempo a nostra disposizione non ci permette una simile ricerca. Non è escluso che ciò possa avvenire in futuro e che questo elaborato possa costituirne una prima tappa, oppure se non si dovesse andare in quella direzione, lo stesso potrà essere rivisto e ampliato per tentare di rispondere a futuri interrogativi. Considerata la diversità uomo-donna e le loro rispettive peculiarità, sarebbe molto interessante affrontare l’argomento anche dal punto di vista sociologico, pedagogico e psicologico, analizzando gli apporti di queste discipline in funzione del culto comunitario e dei ruoli ecclesiastici.

Ricordiamo che le prime comunità cristiane si svilupparono nelle case, in un ambiente diremo domestico, in cui la donna era protagonista. Quale contributo potrebbe aver dato il genere femminile alla diffusione del primo cristianesimo? Utile potrebbe essere anche uno sguardo storico che permetta di capire come la donna sia stata considerata nel corso del cristianesimo e quali apporti vi abbia fornito. E infine, ma non meno importante, sarebbe necessario sviluppare un approccio pastorale mirato, che faciliti, attraverso una mediazione interculturale, la produzione di un linguaggio comune e il dialogo fra posizioni diverse all’interno di una comunità sempre più cosmopolita. Ma in questi ambiti non siamo competenti, speriamo che altri possano cogliere queste piste di ricerca.

In questa ricerca ci siamo limitati a considerare alcuni passaggi neotestamentari che riteniamo maggiormente incisivi a riguardo: 1 Co 11:2-16; 14:34-35; Ef 5:21-33 e 1 Ti 2:11-15. Le osservazioni su di essi saranno di natura strettamente esegetica e teologica. La letteratura specialistica oggi disponibile riguardo a questi testi biblici è abbondante e non sempre unanime. Nella nostra breve esposizione ci prefiggiamo di offrirne una sintesi unitamente a un nostro contributo personale. Come noto, ogni approfondimento sulla parola di Dio non è mai terminato, per cui anche nello studio di questi quattro brani biblici il nostro apporto non ha pretesa di esaustività e completezza.

Troppo spesso l’apostolo Paolo viene accusato di misoginia, da parte di teologi, commentatori e singoli credenti, a causa di alcune sue dichiarazioni che imporrebbero alle donne il silenzio e una sottomissione all’uomo-marito nel servizio d’adorazione. Di riflesso la vocazione religiosa femminile, chiamata e missione, viene spesso e in alcuni ambiti religiosi ad essere svalorizzata, ridotta e squalificata.

Riconosciamo due problemi di fondo: il primo è sul piano testuale, mentre il secondo è sul piano della sua ricezione. Sul piano biblico constatiamo che accanto a questi brani, che per adesso definiamo negativi-proibizionisti, troviamo esempi di donne che su chiamata divina svolsero missioni importanti, leggiamo anche frasi che nobilitano e onorano la figura femminile, e il suo operato. Perché Paolo dunque avrebbe dovuto usare espressioni così perentorie? Siamo davanti a parti della Bibbia in tensione tra loro? Se invece non c’è contraddizione, come poter conciliare dichiarazioni ed esperienze apparentemente così diverse e contrastanti? Sul piano della ricezione del testo da parte del lettore moderno, invece, ci si potrebbe chiedere come in un’epoca in cui la donna ha raggiunto, a livello sociale, culturale e professionale, l’uguaglianza con l’uomo, in una società in cui le pari opportunità sono promosse e garantite, queste frasi paoline possano essere accolte in modo sensato e ragionevole come parola di Dio. Crediamo che sia quantomeno doveroso interrogarsi su come questi brani possano armonizzarsi con l’insieme della rivelazione biblica, produrre senso ed essere utili ai credenti della post-modernità.

È chiaro che come credenti che ritengono la Bibbia la sola norma di fede e di condotta, non è pensabile piegare i testi biblici alle nostre esigenze, oppure avventurarci in acrobazie interpretative che le giustifichi. È l’uomo che deve flettersi alla parola di Dio e non il contrario. Le Sacre Scritture sono per tutte le epoche e ogni uomo di ogni periodo storico e cultura possono ascoltarle, comprenderle e applicarle nella propria esperienza di vita e di fede.

Tuttavia, non sarebbe male esaminare un po’ più da vicino le tensioni testuali prima evidenziate, per vedere se il contrasto sia oggettivo, oppure, se il problema risieda nei criteri di lettura dei testi. Sarebbe interessante vedere se con un approccio più scientifico, che rispetti il testo, questi brani non solo non entrino in contraddizione con il resto della Bibbia, ma addirittura siano compatibili con le esigenze del mondo di oggi e con l’attuale status della donna.

Ci si può chiedere inoltre se, oggi, una subordinazione tale come prevista ai tempi della Bibbia possa essere una porta aperta alla promozione o addirittura alla legittimazione di casi di soprusi e prevaricazioni di cui la donna è ancora vittima. Su questa scia potremmo infine chiederci se addirittura il mancato riconoscimento o il fatto stesso di ostacolare una vocazione femminile, su qualsiasi fronte, possa essere in se stesso considerato un atto di violenza. Viste tutte queste e forse altre implicazioni, che spaziano dal campo teologico a quello etico, psicologico e sociologico, vale la pena prenderci del tempo per rivedere i testi.

Uno sguardo veloce della storia sarà sufficiente per evidenziare come il genere femminile non abbia goduto di molto apprezzamento. La maggior parte dei commentatori delle Scritture, siano essi antichi, moderni e contemporanei, sono maschi e hanno avuto, e forse hanno ancora, sul testo biblico uno sguardo dal punto di vista maschile. Tutto ciò, combinato a tradizioni culturali che andavano nella stessa direzione, ha determinato che pregiudizi e una discriminazione di genere continuassero ad accompagnare la figura femminile nella storia. Di fatto il ruolo della donna è mutato solo nella società post-moderna e ciò ha comportato che sempre più spazio le venisse concesso, anche nell’ambito ecclesiale e liturgico.

Sul limite del suo ruolo esistono le posizioni e le sfumature più variegate, ognuna delle quali ritiene trovare nella parola di Dio un sostegno alla propria comprensione. Non mancano posizioni estremamente polarizzate e rigide che non favoriscono un dialogo sereno. Coloro che sono favorevoli che ella abbia una funzione attiva equiparata a quella maschile, come ad esempio un ruolo dirigenziale, come coloro che non lo sono, spererebbero di trovare nella Bibbia un chiaro «Così dice il Signore…», ma non esiste! Entrambi gli schieramenti usano alcuni testi biblici che sembrano vadano a loro favore, mentre ne trascurano altri.

Vorremmo evidenziare come in assenza di testi espliciti, i criteri con cui si scelgono, si leggono e si applicano alcuni di essi è determinante. Occorre a riguardo una grande lucidità e onestà intellettuale. Il vero e unico problema del ruolo delle donne nella liturgia a noi sembra non sia di natura teologica ma solo d’ordine ermeneutico e culturale. La difficoltà risiederebbe non sui testi ma sulla loro lettura, sul loro significato, sulla pertinenza e il valore che gli si accorda, sulle chiavi che si usano per decodificarli.

Tutto ciò rende la nostra trattazione molto difficile in quanto si tratta di esplicitare concetti articolati, operare una lettura transculturale che risulta spesso complessa da capire e accettare per quanti sono inclini a letture bibliche superficiali e «pronte all’uso». Proponiamo al lettore d’intraprendere questa strada, che è difficile rispetto a quella «manualistica», ma è quella che probabilmente darà risposte serie, equilibrate e obiettive. Non siamo sicuri di riuscirci, ma ci proviamo. Non pretendiamo e non è nostra intenzione dibattere, convincere, né essere esaustivi, ma solo condividere e proporre un approccio rispettoso nell’uso dei testi e del messaggio d’insieme della rivelazione biblica.

Riportiamo alla memoria 2 Timoteo 3:16-17 il quale oltre ad affermare che ogni Scrittura è ispirata da Dio, dedica molto più spazio a dichiarare la funzionalità di tale ispirazione: «…utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare…». Quattro verbi utilizzati per enfatizzare l’aspetto non solo normativo, ma anche formativo della Bibbia; ciò indica che dovremmo aspettarci dalla parola di Dio una rettifica delle proprie vedute, anche verso quelle più consolidate, e non solo e sempre un’approvazione. Siamo disposti a decostruire un personale mondo referenziale, che spesso esiste solo nella nostra mente, per accettare una ricostruzione che lo Spirito Santo vuole operare in ognuno di noi e nella sua chiesa?

 

Scarica l’intero studio sul ruolo delle donne nel servizio d’adorazione.