Davide Romano*Pullulano in questo periodo di competizione elettorale i riferimenti al civismo, alla società civile, alle liste civiche e ai partiti che meglio vogliono accreditarsi come suoi interpreti autorevoli.

In questa smania, legittima e fisiologica se non fosse ipocritamente strumentalizzata, è ravvisabile un sottoprodotto del populismo. Coloro che rivendicano la presenza massiccia dei cives in parlamento alimentano, ad arte, quell’equivoco secondo il quale dai politici meglio stare alla larga: occorrono i cittadini, i civili per infondere una vera svolta alla conduzione delle istituzioni della Repubblica. Solo che questo fraintendimento, del tutto speculare alla smania di chi vorrebbe solo dei tecnici al potere, si rivelerà presto una burla, un trucco.

Intanto, per il maledetto incantesimo che sistematicamente si verifica a ogni tornata elettorale il giorno dopo la consultazione, gli eletti, da splendidi e incorruttibili esemplari della società civile si trasformano ipso facto in politici. E non è che tra politici di primo pelo e politici navigati ci sia, sul piano della correttezza, della decenza e della linearità, questa gran differenza!

Una buona percentuale dello scorso Parlamento era infatti costituita da politici di primo incarico, esponenti illustri della mitica società civile, passati dalle piazze allo scranno. Nonostante ciò, complice un sistema elettorale che non produce veri eletti dal popolo ma nominati dalle segreterie partitiche, hanno votato i provvedimenti più disparati e a tratti incredibili.

Ma c’è di più: i neoeletti devono imparare il mestiere. Proprio così. La professione politica non è il regno dell’improvvisazione e della retorica stentorea ma la più difficile delle professioni che necessita di una lunga consuetudine con il funzionamento della macchina amministrativa e legislativa e una elaborata capacità di ascolto e di discernimento delle istanze profonde che affiorano o irrompono dal tessuto sociale, produttivo e finanziario del paese.

Insomma, il paese ha bisogno di politici professionalmente abili e culturalmente attrezzati, che abbiano a cuore l’esercizio del potere al servizio della comunità e non di incantatori di folle che pur di soddisfare gli appetiti saturnini di un popolo lo blandiscano con promesse false e demagogiche.

Occorre avere un ricambio generazionale e sociale delle classi politiche ma questa, che è una condizione indispensabile, non è la panacea di tutti i mali. Dobbiamo piuttosto fare molta attenzione ai meccanismi di selezione delle nuove classi dirigenti che spesso i partiti politici pongono in essere.

Infine dobbiamo anche sapere che è la società che produce la classe politica anche quando quest’ultima si rivela persino peggiore della società che l’ha prodotta.

Il potere corrompe quasi tutti, in mille modi, è bene saperlo in anticipo, e assumere là dove è possibile qualche contromisura, culturalmente adeguata e non populistica, prima di ritrovarci a guardare il prossimo parlamento che verrà con l’espressione sbigottita e incredula degli animali della fattoria descritta da George Orwell, i quali, dopo aver fatto la rivoluzione, aver scacciato il signor Jones e sconfitto l’ostilità e il pregiudizio degli altri umani, davanti ai maiali che avevano guidato la rivoluzione e sedevano adesso a tavola e brindavano con i proprietari umani delle altre fattorie, spiavano esterrefatti dalla finestra e guardavano «dal maiale all’uomo dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo ma era già per loro impossibile distinguere fra i due».

*Direttore aggiunto del dipartimento Affari pubblici e Libertà religiosa