Il modo in cui le persone vengono accolte in una comunità di fede può essere determinante per il loro ritorno.
È dimostrato che l’accoglienza riservata ai visitatori è il fattore che più influenza la crescita o il declino di una chiesa locale. I visitatori decidono se tornare già nei primi 7-10 minuti dopo il loro arrivo, prima ancora di ascoltare un canto o una predica. In media, solo il 10-20% dei visitatori viene una seconda volta. Tuttavia, questa percentuale sale al 21% nelle chiese in crescita e scende al 9% in quelle “stagnanti”. La differenza tra questi dati non risiede nella qualità della predicazione o del culto, ma nell’esperienza dell’accoglienza (cfr. qui).
Una ricerca condotta da Lifeway Research nel 2024 su oltre mille pastori protestanti degli Stati Uniti, insieme a studi del Barna Group, del Pew Research Center e altri sondaggi in Sudamerica concordano su una conclusione: l’ospitalità non è una semplice cortesia, è una strategia missionaria e un mandato biblico.
I numeri che rivelano l’importanza della prima impressione
Faith Perceptions, in collaborazione con Lifeway Research, ha condotto la ricerca più completa sull’argomento, in cui ha valutato oltre 10mila funzioni religiose nelle chiese degli Stati Uniti. Lo studio ha identificato cinque fattori chiave che determinano se un visitatore ritorna. Il primo di questi è “un’esperienza accogliente”, più importante della qualità della predicazione, del culto e persino delle attività organizzate per i bambini (cfr. qui).
Da parte sua, il Pew Research Center, nella sua analisi del Religious Landscape Study (“Studio sul panorama religioso”) condotto su 35mila americani, ha sottolineato che il 79% dei “church shoppers”, ovvero delle persone alla ricerca di una nuova chiesa, considera “un’accoglienza calorosa” il secondo fattore più importante nella propria decisione, superato solo dalla qualità del sermone, con l’83% (cfr. qui).

Rafforzare la frequenza
Anche i dati sulla frequenza sono illuminanti. Lo studio di Charles Arn e Gary McIntosh, “What Every Pastor Should Know” (“Ciò che ogni pastore dovrebbe sapere”), mostra un andamento chiaro. Quando un visitatore partecipa per la terza volta nel giro di sei settimane, la probabilità che rimanga aumenta al 57% nelle chiese in crescita e al 36% in quelle in declino.
Il classico studio di Herb Miller, “How to Build a Magnetic Church” (“Come costruire una chiesa che attira le persone”), ha dimostrato che l’85% dei visitatori ritorna quando viene contattato da un membro laico entro le prime 36 ore. La percentuale scende al 60% se il contatto avviene entro 72 ore e solo al 15% dopo sette giorni. Sebbene questi dati provengano da uno studio condotto negli anni ’90, continuano a essere ampiamente citati e confermati da prove contemporanee sull’importanza della tempestività di questo contatto.
Nelson Searcy, nel suo libro Fusion: “Turning First-Time Guests into Fully-Engaged Members of Your Church” (“Fusion. Trasformare i visitatori occasionali in membri pienamente coinvolti della tua chiesa”), stabilisce alcuni parametri pratici: una chiesa ha bisogno di un tasso di frequenza del 3% dei visitatori solo per mantenere le proprie dimensioni, del 5% per crescere in modo stabile e del 7% per aumentare rapidamente. La media delle chiese è intorno al 5%, ma quelle che dispongono di sistemi strutturati di accoglienza raggiungono il 33%.
Un sondaggio condotto nel 2024 dalla Chiesa avventista sudamericana, con 1.387 partecipanti provenienti da otto Paesi, ha chiesto agli ex membri di nuovo presenti il sabato cosa avesse fatto la chiesa locale per favorire il loro ritorno, Risultati: il 52,9% ha indicato l’accoglienza delle persone come fattore decisivo, seguito dal 45,9% che ha evidenziato il sostegno dei dirigenti; e poi gli incontri di comunione (38,7%) e gli inviti ai programmi speciali (37,6%) completano il quadro (cfr. qui).
Il contesto religioso e l’importanza della partecipazione
Datafolha (2013) ha evidenziato differenze significative nell’impegno delle diverse tradizioni religiose: solo il 28% dei cattolici partecipa settimanalmente alla messa, rispetto al 63% degli evangelici pentecostali che frequentano le funzioni più di una volta alla settimana. Questa differenza è direttamente correlata al senso di appartenenza e di comunità, dimensioni che si costruiscono attraverso l’accoglienza.
Il fenomeno delle persone che si considerano cristiane ma hanno abbandonato ogni legame istituzionale raggiungeva già i 4 milioni nel censimento del 2010 e i 16,4 milioni in quello del 2022.
In Europa, e in Italia ancora di più, il cristianesimo resta ancora un aspetto fondamentale dell’identità delle persone, ma la sua importanza si erode ogni anno che passa. Secondo uno studio realizzato dal Pew Research Center, e condotto nel 2017 tramite 24mila interviste telefoniche in tutto il continente, la maggior parte degli europei si considerano cristiani, con circa un quarto di loro che invece dice di non aderire ad alcuna religione (leggi qui). Nella maggior parte dei casi, l’allontanamento è stato causato da problemi nelle relazioni interpersonali: essere giudicati, abusi spirituali, ipocrisia e maltrattamenti.
L’impatto della pandemia e le nuove generazioni
La pandemia di Covid-19 ha profondamente trasformato l’esperienza dell’andare in chiesa. Quasi il 75% delle comunità di fede ha adottato un formato ibrido, combinando funzioni religiose in presenza e online, e creando nuove complessità per l’accoglienza dei fedeli (cfr. qui).
Inoltre, il “portale digitale” ha trasformato il sito web e i social media della chiesa nel vero primo punto di contatto. Thom Rainer definisce questo fenomeno “la nuova prima impressione” e osserva che, in alcuni casi, 7 visitatori su 10 consultano il sito web della chiesa prima di parteciparvi di persona (cfr. qui).

Le nuove generazioni cercano relazioni autentiche
Il dato più sorprendente emerge da uno studio del Barna Group del 2025: i Millennials (i nati tra il 1981 e il 1996, ndt) e la Generazione Z (i cosiddetti nativi digitali, nati tra il 1997 e il 2010, ndt) sono ora i frequentatori di chiesa più assidui, superando le generazioni precedenti. Infatti, la frequenza settimanale tra i Millennials è aumentata dal 21% nel 2019 al 39% nel 2025. Tuttavia, si registra un allarmante squilibrio di genere: il 54% dei giovani della Generazione Z che abbandonano la fede sono donne (cfr. qui).
La Generazione Z cerca l’autenticità più della apparenza, la partecipazione più dello spettacolo e “essere visti, chiamati per nome e conosciuti” (cfr. Springtide Research Institute, The State of Religion & Young People 2023).
Per i baby boomer, nati tra il 1946 e il 1964, l’ospitalità significava “mangiare insieme, un documento d’identità per l’addetto alla reception e un invito a partecipare a un ministero”. Per la Generazione Z, significa relazioni genuine, giustizia sociale concreta e spazio per porre domande.
L’ospitalità è un mandato biblico
L’ospitalità cristiana non è una tecnica di marketing ecclesiastico, ma un mandato biblico radicato nella natura di Dio. Infatti, il termine greco philoxenia (φιλοξενία), che letteralmente significa “amore per lo straniero”, compare come requisito per la leadership in 1 Timoteo 3:2 e Tito 1:8. “Esercitando con premura l’ospitalità” dice Romani 12:13. “Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare” leggiamo in 1 Pietro 4:9. Inoltre, Ebrei 13:2 lo presenta come un avvertimento escatologico: “Non dimenticate l’ospitalità; perché alcuni, praticandola, senza saperlo hanno ospitato gli angeli”. Infine, Matteo 25:35, “fui straniero e mi accoglieste”, collega direttamente l’ospitalità al giudizio divino.
L’Antico Testamento stabilisce questo modello a partire da Abramo, che accolse tre sconosciuti in Genesi 18, passando per la legislazione di Levitico: “Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto. Tratterete lo straniero, che abita fra voi, come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signorevostro Dio” (Le 19:33, 34). Senza dimenticare l’esempio di Raab in Giosuè 2 e della Sunamita in 2 Re 4.
L’ospitalità come strumento per la missione
Steve Childers, del Reformed Theological Seminary, afferma: “La chiave dell’evangelizzazione nel XXI secolo sarà l’ospitalità”. La chiesa che trascura l’ospitalità fa sentire i suoi visitatori, per usare le parole di Thom Rainer, “come se si fossero imbucati a una festa privata”. Al contrario, la chiesa che investe nell’accoglienza, come dice Ebrei 13:2, senza saperlo potrebbe ospitare gli angeli.
[Fonte: noticias.adventistas.org. Traduzione e adattamento: Lina Ferrara]
[Immagini: copertina generata con l’IA; Rawpixelimages e Thai Noipho, Dreamstime.com]




