Elementi per una teologia avventista

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Elementi per una teologia avventista

Quali caratteristiche, riferimenti e metodo dovrebbe avere? 

Il termine “Teologia” deriva dal greco theos (Dio) e logos (parola, principio razionale delle cose). In senso lato, ogni uomo che riflette su Dio e parla di lui fa teologia, ma la teologia in senso stretto implica qualcosa di più. Essa cerca di comprendere Dio (e tutto ciò che riguarda Dio) non in modo occasionale e frammentato ma organico, razionale. 

Come tutte le attività della mente umana, anche la teologia parte da uno stimolo esterno, da una domanda, da un problema, da un modo di essere. Ogni “teologo” ha un suo contesto spirituale e culturale, dei condizionamenti sociali, filosofici, punti di riferimento che gli sono propri e che possono cambiare a seconda dei luoghi e dei tempi. Quindi, la teologia ha anche una certa diversità e relatività, non necessariamente negativa e comunque da preferire a una uniformità imposta a forza o per mancanza di riflessione.  

C’è però anche il pericolo che, partendo dai condizionamenti ambientali, la teologia tradisca Dio e crei degli idoli conformi all’immagine del contesto in cui il teologo vive e sviluppa il suo pensiero. Questi travisamenti di Dio possono avere anche delle conseguenze nefaste, non solo perché offendono Dio, ma anche per le conseguenze disastrose che possono provocare sul piano della vita reale dei credenti e del mondo. Avere consapevolezza di questo pericolo, aiuta a non assolutizzare le nostre teologie e ad aprirci a una sempre migliore comprensione di Dio.  

Esistono però aspetti positivi di questa realtà diversificata. Uno è che, se ci sono errori possibili, il confronto con altre visioni offre la possibilità di correggersi e crescere. Varie teologie possono non essere necessariamente in contrasto ma sottolineare aspetti diversi di un’unica realtà. A seconda delle condizioni concrete della vita in un dato luogo e tempo, il teologo sarà sollecitato a cercare risposte che non verrebbero mai in mente in situazioni diverse. Si pensi al problema del rispetto della natura che sorge prepotentemente solo nei nostri tempi e soprattutto nei Paesi industrializzati. Potremmo dire, con un linguaggio che ci è proprio come avventisti, che esiste sempre una “verità presente” che era sempre e sempre sarà verità da credere e vivere ma che acquista un particolare significato in una epoca specifica. 

La teologia avventista da cosa è o dovrebbe essere caratterizzata? Quali sono i suoi punti di riferimento? In base a quali punti di riferimento un teologo può considerarsi avventista? Offro qui alcune mie riflessioni e proposte. 

La teologia avventista è biblica 
La teologia cristiana è riflessione su Dio, ma non su un dio qualsiasi. Essa cerca di conoscere e onorare, per dirla con Pascal, “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Questo impone un alto livello di umiltà poiché questo Dio non è frutto di una speculazione filosofica che ne farebbe un idolo ma lo si può conoscere solo grazie alla sua autorivelazione. La natura, la coscienza, l’intelligenza, ci dicono qualcosa sul fatto che Dio esiste, ma poco e contraddittoriamente possono dirci sulla sua volontà o sulla speranza che ci offre. Per questo abbiamo bisogno di una sua parola, e i cristiani credono di averla ricevuta attraverso la testimonianza dei profeti e degli apostoli che troviamo nelle Sacre Scritture. Di conseguenza, ogni nostra indagine su Dio, deve trovare nella Bibbia il suo punto di riferimento imprescindibile. 

La teologia avventista vive di una fiducia metodologica 
Non neghiamo l’importanza della ragione nel discorso teologico e anzi ne affermiamo la necessità, anche nello studio delle Scritture. Anch’essa è dono di Dio che aggiunge al nostro essere dignità e responsabilità (1 Co 13:11; 14:20). La ragione obbliga a porre domande, a cercare il senso delle cose, a sollevare problemi e a cercare risposte. Tuttavia, contrariamente a quanto presupposto nella critica liberale, il cristiano non si porrà di fronte alla rivelazione biblica con un atteggiamento di “dubbio metodologico” (Troeltsch).

In una fase iniziale il dubbio è ragionevole, pena l’accettazione acritica di qualsiasi proposta di fede. Ma dopo avere raggiunto una sostanziale sicurezza sulla Bibbia quale luogo dove – pur con la mediazione umana e le inevitabili lacune e difetti che questo può comportare – Dio si fa parola e diventa fondamento della fede, allora il credente si porrà di fronte ad essa con un atteggiamento di costante fiducia nella veridicità delle sue affermazioni comprese alla luce della natura del suo linguaggio e della sua storia, e dell’intenzione da cui nascono.

La teologia avventista non comprende l’ispirazione come se agisse a livello delle parole del profeta, ma riconosce che il messaggio trasmesso ha – anche se attraverso vie diverse – la sua origine in Dio e che va quindi accolto con riconoscenza e fiducia. Con le parole di Ellen G. White, riconosciamo che “La Bibbia non ci è stata data in un linguaggio sovrumano. Gesù, per raggiungere l’uomo dove si trovava, assunse l’umanità. La Bibbia deve essere data nel linguaggio degli uomini. Ogni cosa umana è imperfetta”.[1] E tuttavia afferma con fiducia, e noi con lei: “Io prendo la Bibbia così com’è, come la parola di Dio. Io credo nelle sue affermazioni sparse in tutta la Bibbia”.[2]  

La teologia avventista crede nel Dio vivente che fa miracoli
Credere che, anche se mediata, la Bibbia sia “parola di Dio”, significa credere a ciò che essa ci dice sul coinvolgimento di Dio nella storia dell’uomo. Contro una visione eccessivamente trascendente che lo isola dalla storia, la Bibbia parla di Dio come il creatore del mondo e come profondamente interessato e in vari modi partecipe alla sua storia.

La teologia avventista afferma quindi che Dio, per la sua grazia, e nella sua libera sovranità, interviene nella storia e nella vita dell’uomo. Essa crede che spesso Dio “nasconde se stesso” lasciando spazio alla libertà e alla responsabilità dell’uomo, ma anche che a volte si riveli direttamente ed esplicitamente attraverso atti “miracolosi” che spezzano le catene ininterrotte di causa ed effetto giacenti su un piano esclusivamente umano e naturale. La Bibbia è essa stessa frutto di tali miracoli e come tale è accolta e onorata. 

Prima parte di un approfondimento a cura di Giovanni Leonardi, pastore emerito, già insegnante di teologia. La seconda parte è qui.

Note
[1] E.G. White, Manuscript 24, 1886.
[2] E.G. White, Manuscript 16, 1888.

 [Immagini: Rod Long su Unsplash; Nikhil Gangavane, Dreamstime]

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