Scegliere la vita anche quando è difficile

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Il Messaggero Avventista
Immagine: volfdrag, Pixabay.com

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Pena di morte e giustizia, una delle questioni più controverse del nostro tempo: fino a che punto può spingersi lo Stato nel punire un crimine?

Il tema della pena di morte è tornato al centro dell’attenzione internazionale dopo il caso di Christa Pike, detenuta nel Tennessee (USA), sopravvissuta il 30 settembre a un tentativo di esecuzione mediante due iniezioni letali, una vicenda che molti osservatori hanno definito senza precedenti. Condannata a morte per un omicidio commesso a 18 anni, oggi cinquantenne, Pike ha ripreso conoscenza dopo la procedura. In vista della Giornata mondiale contro la pena di morte, che si celebra il 10 ottobre, riflettiamo allora su un argomento che continua a interrogare le coscienze e a dividere l’opinione pubblica.

Quale giustizia?
In un mondo di guerre, terrorismo, violenza e divisioni sociali, la tentazione di rispondere al male con la morte del colpevole affascina molti. Eppure, il numero degli Stati che hanno abbandonato la pena capitale cresce, segno che la coscienza dell’umanità si orienta progressivamente verso una diversa concezione della giustizia.

Oltre 140 Paesi hanno abolito la pena di morte o stabilito una moratoria. Tuttavia, nel 2025 le esecuzioni sono cresciute del 78 per cento rispetto al 2024, per un totale di 2.707 esecuzioni secondo Amnesty International, il più alto dal 1981 (per approfondire, leggi qui). Senza tenere conto delle migliaia di esecuzioni che la stessa organizzazione ritiene continuino ad aver luogo in Cina. Le esecuzioni si concentravano in un numero limitato di Stati, come vedete dalla grafica. La Bielorussia rimane l’unico Paese europeo a praticare la pena capitale, mentre la Russia applica, dal 1996, una moratoria sulle esecuzioni.


Un simbolo inaccettabile
La pena capitale può diventare un emblema identitario e propagandistico. Un altro episodio avvenuto in Israele ha riportato il tema al centro del dibattito pubblico. Nel maggio 2026, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha festeggiato il proprio compleanno con una torta, regalata dalla moglie, con il simbolo di un cappio, richiamo alla legge sulla pena di morte recentemente approvata per determinati reati contro lo stato. La pena di morte viene spesso invocata come risposta a problemi complessi. Soprattutto nei periodi di tensione e paura.

Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani continuano a evidenziare i rischi di errori giudiziari, discriminazioni e utilizzi politici dello strumento, ricordando che una condanna eseguita non può essere corretta, neppure quando emergono nuove prove dell’innocenza del condannato.

Per i cristiani, la riflessione sulla pena di morte non riguarda soltanto il diritto o la politica, ma il cuore stesso del vangelo. Gesù si è schierato per la misericordia, senza mai giustificare il peccato. Davanti alla donna colta in flagranza di adulterio affermò: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” (Giovanni 8:7). Le sue parole non cancellavano la responsabilità personale, ma invitavano a riconoscere la fragilità di ogni essere umano.

La prospettiva biblica
Attribuisce alla vita un valore che deriva da Dio. Ogni persona, anche dopo aver commesso gravi crimini, continua a essere portatrice dell’immagine del Creatore. La giustizia, dunque, non può limitarsi a punire, a soddisfare la parte offesa, se mai fosse possibile, ma deve cercare il recupero, la riconciliazione e la possibilità del cambiamento.

Molte testimonianze dalle carceri dimostrano che persone responsabili di reati gravissimi hanno intrapreso autentici percorsi di pentimento e trasformazione spirituale.
Sostenere l’abolizione della pena di morte non significa minimizzare la sofferenza delle vittime né ignorare la necessità di proteggere la società. Significa piuttosto affermare che la dignità umana non può dipendere dai meriti personali e che nessuna autorità dovrebbe assumersi il potere irreversibile di decidere chi può vivere e chi deve morire.

Nella Giornata mondiale contro la pena di morte, il richiamo a una società autenticamente giusta non si misura dalla severità delle sue punizioni, ma dalla capacità di difendere la vita, promuovere la responsabilità e lasciare aperta la porta della speranza. Anche quando tutto sembra suggerire il contrario.

A cura della redazione.

[Immagini: volfdrag, Pixabay.com; amnesty.it]

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