Incontri. “L’Italia è patrimonio di umanità e ospitalità”

Vita di Chiesa

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Incontri. “L’Italia è patrimonio di umanità e ospitalità”

Nato e cresciuto in Venezuela, il pastore Mario di Lione ha lavorato in Canada prima di scegliere di servire in Italia. 

Dal 1° giugno 2026 è in servizio presso la chiesa avventista di Cesena e il gruppo di Pesaro. Facciamo conoscenza con un pastore che ha 10 anni di esperienza in contesti culturali diversi e lontani (nella foto sopra, da sinistra: il past. Giovanni Benini; Enzo Lattuca, sindaco di Cesena; il past. Mario di Lione; il past. Giuseppe Cupertino, direttore del Messaggero Avventista).

Mario, sei entrato da poco a far parte dell’Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste (UICCA) e, in un certo senso, rappresenti un “ritorno a casa”. Che effetto fa servire qui?
Per me è un grande onore. Sono cittadino italiano per discendenza paterna: mio padre è italiano e considero un privilegio essere cittadino di questo bellissimo Paese. Anche se sono nato e cresciuto all’estero, l’Italia ha sempre fatto parte della mia identità. Amo questa cultura, che convive con le radici spagnole e venezuelane di mia madre. 

Fin da bambino ascoltavo i racconti di mio padre e dei miei nonni paterni sulla loro terra, a Colliano (SA), in Campania, e questo ha fatto nascere in me un profondo amore per l’Italia. Ho sempre amato anche il calcio e i miei genitori raccontano che, fin da piccolissimo, durante i Mondiali del 1994, tifavo con entusiasmo per gli Azzurri. Ricordo molto bene anche il Mondiale del 1998 e, soprattutto, la gioia del 2006, quando l’Italia conquistò la Coppa del Mondo.  

Ma i ricordi più belli sono quelli vissuti con la mia famiglia: preparare insieme il sugo di pomodoro, accendere il forno a legna per fare la pizza e la pasta al forno, celebrare il Natale secondo le tradizioni italiane e lavorare la terra con i miei nonni, che erano contadini. Sono esperienze semplici che hanno contribuito a formare la persona che sono oggi. 

Servire per tanti anni in contesti culturali molto diversi mi ha fatto apprezzare ancora di più alcuni valori tipici della cultura del posto: l’importanza della famiglia, dell’accoglienza, delle relazioni umane e della vicinanza alle persone. Oggi servire la chiesa italiana significa, per me, vivere un ritorno alle mie radici e mettere a disposizione delle comunità ciò che il Signore mi ha insegnato. 

Raccontaci di te. Quando è nata la tua vocazione pastorale e come sei arrivato a studiare teologia in Venezuela?
Sono nato a Caracas: all’epoca i miei genitori vivevano lì. Ho avuto un fratello maggiore Gianfranco, che oggi riposa nel Signore. Mia sorella Marianela, anche lei più grande di me, è sposata e ha due figli, Luana e Noah, ai quali voglio molto bene. Mia madre era avventista e la famiglia di mio padre era cattolica. Ho imparato fin da piccolo il rispetto per gli altri cristiani. 

La chiamata al ministero è maturata da giovane, per cui ho deciso di frequentare il Seminario Teologico Avventista del Venezuela. Mi attirava il forte orientamento evangelistico, che integrava la formazione accademica con il servizio pastorale sul campo e il colportaggio. Inoltre, il programma, collegato alla Andrews University, mi avrebbe permesso di conseguire un titolo riconosciuto a livello internazionale. 

All’epoca non sapevo dell’esistenza della Facoltà Avventista di Teologia di Firenze. Probabilmente avrei preso seriamente in considerazione l’idea di studiarvi. Apprezzo molto il valore della formazione e del servizio che offre alla chiesa italiana. 

Il Canada è uno dei Paesi più multiculturali al mondo. Che cosa hai imparato dalla tua esperienza in quel contesto? 
Il Canada è stata una scuola di vita. Ho imparato l’inglese, un po’ di francese e, soprattutto, ho scoperto la ricchezza della multiculturalità. Ho capito che, al di là delle differenze culturali, linguistiche e sociali, tutte le persone hanno bisogno di essere amate, ascoltate e rispettate. Ho imparato il valore della tolleranza verso chi la pensa in modo diverso. 

Servire comunità composte da persone provenienti da tanti Paesi mi ha ricordato ogni giorno una grande verità del vangelo: in Cristo siamo un’unica famiglia, pur conservando la ricchezza delle nostre diverse culture. 

Ricordo con affetto il mio primo sermone e le prime riunioni di chiesa in Canada. Provenendo da una cultura mediterranea, mi sembrava che nessuno esprimesse emozioni. Con il tempo ho imparato ad apprezzare il modo britannico di comunicare, più riservato ma non meno sincero. Una lezione preziosa: le persone possono esprimere lo stesso affetto e la stessa fede in modi molto diversi. 

Ho avuto il privilegio di servire la British Columbia Conference come direttore dei Ministeri Multiculturali e per le Comunità Ispaniche, rappresentando la Federazione presso la Divisione nordamericana (NAD). Ho conosciuto da vicino la ricchezza della chiesa avventista. Tutte queste esperienze continuano a ispirarmi ancora oggi. 

Dal Canada mi scrivono dicendo che desiderano venire a trovarmi a Cesena. Sarà un piacere accoglierli e mostrare loro che l’Italia è patrimonio dell’umanità non solo per la sua storia, l’arte e la cucina, ma anche per il calore, l’ospitalità e l’umanità della sua gente. 

La chiesa cesenate riunita con il suo nuovo pastore.

Tornando in Italia, quali sono state le tue prime impressioni?
Sono stato accolto con tanto affetto. Ho trovato comunità calorose, generose e profondamente legate al Signore. 

In Venezuela ho imparato l’entusiasmo per l’evangelizzazione. In Canada l’organizzazione, la ricchezza della multiculturalità e l’importanza di condividere prima di tutto l’amore di Cristo, più che semplicemente trasmettere informazioni. In Italia sto riscoprendo il valore delle relazioni personali e del senso di famiglia che caratterizza le nostre chiese. 

Credo che possiamo continuare a crescere valorizzando i doni delle nuove generazioni e creando occasioni di incontro con chi ancora non conosce Gesù Cristo, che rimane il centro della nostra fede e della nostra speranza. 

Da sinistra Enzo Lattuca, primo cittadino di Cesena, insieme al past. di Lione.

Quali sono le sfide principali per una comunità cristiana oggi? 
Le domande spirituali continuano a esistere. Il nostro compito è far conoscere l’amore di Gesù, perché è la risposta più profonda ai bisogni del cuore umano. Siamo chiamati a fare discepoli di Cristo, non di noi stessi. A volte abbiamo trasmesso più le nostre tradizioni che la bellezza dell’incontro personale con Gesù. 

La chiave di tutto è l’autenticità. Occorre essere autentici, mostrando che siamo servitori di Dio imperfetti. I giovani, in particolare, percepiscono subito quando una relazione è sincera. Hanno bisogno di essere ascoltati, accolti e amati, non giudicati.  

Credo che possiamo crescere anche in questo, costruendo comunità dove le persone si sentano amate e accompagnate. 

Quale parola sceglieresti per descrivere il ministero che desideri svolgere a Cesena e Pesaro?
La parola “amore”. Dio è amore e desidero che questo sia il fondamento del mio ministero. Anche quando non si è d’accordo, l’amore porta al rispetto, all’ascolto e alla volontà di camminare insieme. Siamo tutti diversi, ma l’amore di Dio unisce. Il suo amore continua a guarire le nostre ferite e a darci la forza di condividere con gli altri il messaggio della salvezza. 

Prego che la comunità di Cesena possa raggiungere sempre più giovani con il vangelo e che il gruppo di Pesaro possa, un giorno, avere uno spazio di culto ancora più adatto alle proprie esigenze. 

Vorresti lasciare un messaggio ai lettori del Messaggero Avventista?
Vorrei incoraggiare tutti a continuare il proprio cammino con Gesù Cristo, ricordando che il vero pastore della chiesa è Gesù Cristo. Noi pastori e leader di chiesa siamo soltanto suoi servitori. Lui continua a guidare il suo popolo con amore e fedeltà. 

Camminiamo insieme con speranza, mettendo i nostri doni al servizio degli altri e ricordando che ogni persona è preziosa agli occhi di Dio. 

A cura della redazione.

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