Davanti a Dio come ti presenti? È la domanda che ispira la meditazione di un nuovo passo del Libro di Rut per la rubrica “Una parola per oggi”.
“Rut tornò da sua suocera, che le disse: “Sei tu, figlia mia?”. E lei le raccontò tutto ciò che quell’uomo aveva fatto per lei e aggiunse: “Mi ha dato anche queste sei misure d’orzo; perché mi ha detto: ‘Non devi tornare da tua suocera a mani vuote’” (Ru 3:16,17).
Missione compiuta! Rut si affrettava sulla via di casa, con la gioia nel cuore e il sorriso sulle labbra. Aveva seguito le istruzioni di Naomi alla lettera, aggiungendovi del suo, e non vedeva l’ora di raccontare tutto alla suocera.
“Sei tu, figlia mia?”. La voce dell’anziana donna l’accoglie. Da quando avevano intrapreso il cammino verso Betlemme, portando sulle spalle il peso della povertà, dell’angoscia e dell’incertezza, lo sguardo delle due vedove era mutato. Non più suocera e nuora, bensì mamma e figlia.
Noi donne siamo portate quasi naturalmente a relazionarci. Non a caso si dice intrecciare, tessere o anche ricucire relazioni. Tutti verbi che richiamano a un tipo di lavoro tradizionalmente appannaggio del mondo femminile.
Mia mamma Cecilia (94 anni) ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un collegio di suore a Modugno, alle porte di Bari, dove ha imparato a ricamare e a realizzare un bellissimo pizzo dal nome particolare: il “Chiacchierino”, perché le donne chiacchierano mentre le mani lavorano con filo e spoletta.
Le donne, quindi, sono “maestre del rammendo umano e non solo della biancheria, tessitrici di umanità e non solo di teli”.[1] I legami veri si consolidano con l’affetto e le esperienze vissute insieme. Rut e Naomi ne sono un esempio.
La giovane racconta come Boaz l’avesse apprezzata e si era impegnato a far valere il suo “diritto di riscatto” per sposarla. Poi apre il mantello e ne mostra il prezioso contenuto. Non denaro, ma l’equivalente di trenta chili di orzo. Un tesoro per le due donne, l’indice di un’abbondanza insperata. Costretta a migrare con la famiglia in seguito alla carestia, dopo anni trascorsi a Moab, Naomi vede la sua città, Betlemme, tornare a essere “la casa del pane”, secondo il significato ebraico del nome.
Tuttavia, né Boaz, né Rut, né tantomeno l’anziana donna, sapevano che in quei semi vi fosse l’annuncio di colui il quale ha detto di se stesso: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete” (Gv 6:35). Infatti, secondo le genealogie, Boaz e Rut sono i bisnonni di Davide, il re dalla cui progenie nascerà, proprio a Betlemme, il Cristo, il Salvatore del mondo.
In Giovanni 6, Gesù moltiplica “cinque pani d’orzo e due pesci” per sfamare la folla. Orzo, il cereale della nostra storia. Ancora una volta la “carestia” (solo cinque pani) diventa abbondanza per mano del Signore: i discepoli riempiono dodici ceste con gli avanzi. Dio guida gli eventi e possiamo essere certi che “colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo” (Fl 1:6).
Il racconto si chiude con le parole di Boaz: “Non devi tornare da tua suocera a mani vuote”. Dalle mie parti è buona creanza portare qualcosa quando si visita qualcuno. Mai presentarsi “con le mani in bocca” dicevano i miei genitori, usando un’immagine del dialetto locale.
Il gesto di Boaz, però, non è semplice cortesia. È un segno di cura e responsabilità. La promessa di un impegno. Naomi era tornata a casa “vuota” (Ru 1:21, Cei), sopraffatta dall’amarezza. Ora ha le mani piene. Grazie a Rut, la straniera, la fede ha riacquistato forza e la speranza vitalità.
Nell’Antico Testamento, l’espressione “a mani vuote” ricorre altre sei volte, spesso riferita al comparire davanti a Dio.
In che modo ci presentiamo al Signore? Riempiamo ogni giorno le nostre mani della relazione con Gesù, di missione e di bene profuso al prossimo come i “benedetti del Padre mio” di Matteo 25:34-36?
Lina Ferrara, già caporedattrice di HopeMedia Italia.
Note
[1] F. Storace, “Essere intreccio di relazioni”, Convegno europeo “Famiglia in rete”, Torino, 2023.




