Non è scontato. Occorre continuare a resistere all’aggressività e diffondere pace.
Il 2 ottobre il mondo celebra la Giornata internazionale della non violenza, istituita dalle Nazioni Unite nel 2007, per promuovere la pace, il dialogo e il rifiuto di ogni forma di violenza. La giornata coincide con la data di nascita del Mahatma Gandhi, figura centrale della resistenza nonviolenta e ispirazione per movimenti di liberazione e di giustizia in ogni angolo del pianeta.
In un’epoca segnata da conflitti, tensioni sociali e un flusso continuo di informazioni preoccupanti, raramente ci fermiamo a riflettere sul valore di ciò che abbiamo, delle persone che abbiamo accanto e della pace.
Alla base del nostro benessere c’è proprio il senso di pace, il quale a sua volta è conseguenza di scelte dettate dalla non violenza. Solo rifiutando ogni forma di aggressione si costruisce una convivenza autentica, pacifica e duratura.
Una classificazione della violenza
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la violenza si classifica in tre grandi categorie:
– violenza autoinflitta: comprende il comportamento suicida (incluso pensieri e tentativi) e l’autoabuso o autolesionismo;
– violenza interpersonale: divisa in violenza familiare (maltrattamento di bambini, violenza tra partner, abusi sugli anziani) e violenza comunitaria (tra conoscenti o estranei, come la violenza giovanile, le aggressioni e quella sul lavoro);
– violenza collettiva: di tipo sociale, politico o economico, che include guerre, terrorismo, violenza di Stato e azioni di gruppi organizzati.
Ciascuna di queste forme può essere esercitata in quattro modalità: fisica, sessuale, psicologica, oppure attraverso privazione o incuria.
Gesù ha predicato “amate i nemici” e ha rifiutato di ricorrere alla violenza. Gesù ha sperimentato la violenza in prima persona. Eppure, al processo e sulla croce non oppose resistenza. Accettò la morte senza reagire, né imprecare. Inchiodato al legno, violentato dal buio e dal ferro, il corpo squarciato, la carne offesa, urla rivolto al cielo, mentre l’amore moriva. Riuscì a superare tutte queste forme di violenza solo grazie alla presenza di Dio. Quel gesto estremo di non violenza è un modello, la croce simbolo universale di pace.
E allora come apprezzare qualcosa che troppo spesso diamo per scontato?
Attraverso esercizi di gratitudine. A me piace confidarmi con Dio, ringraziandolo per la pace o per essere vivo un altro giorno e scrivere, su un pezzo di carta, tre ragioni per cui essere grato.
La non violenza procura benessere. Proprio per questo tendiamo a darla per scontata. Finché è presente, la tranquillità sembra normale, quasi dovuta. Quando di colpo viene interrotta, tutto cambia: non si riesce più a pensare ad altro. Resta solo il ricordo di quanto si stesse bene prima.
Si può intervenire
Riconoscere la violenza significa anche affrontarla, prevenirla e aiutare chi ne è vittima. Come intervenire?
Il primo gesto importante è offrire supporto emotivo, essere una spalla su cui piangere. Spesso, poi, chi subisce violenza è manipolato e fatica a vedere la situazione con lucidità: è importante aiutarlo a prendere la decisione più razionale e giusta, ovvero allontanarsi da chi la infligge. Poi si può anche rivolgerlo a chi può aiutare a stabilire un percorso di protezione. Il 1522 è un numero dedicato al supporto di chi è in difficoltà.
La non violenza è un ideale concreto che ognuno di noi può compiere ogni giorno: nelle parole, nei gesti, nel modo in cui ascoltiamo e rispettiamo l’altro, diventiamo strumenti di dialogo e di sostegno per chi ne ha bisogno.
Celebrare la Giornata internazionale della non violenza significa ricordare che la pace non è un patrimonio acquisito, ma un bene fragile che va custodito e coltivato. Solo così la non violenza smette di essere un’utopia e diventa, passo dopo passo, realtà.
Martin Buonaugurio, studente di Scienze e Tecniche Psicologiche, frequenta la chiesa avventista di Gaeta (LT).
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