Leggendo l’articolo di Concita De Gregorio, "Leggi Preciado e capisci" sulla Repubblica del 29 ottobre scorso, mi sono venuti alcuni pensieri.
Mi fermo davanti a quel quadro lì, “Saturno che divora i suoi figli”. A Madrid, nel buio del Prado, che poi mica ci sono andato davvero, lo vedo sfogliando questa rivista dal barbiere. C'è quel gigante con gli occhi sbarrati, il nero dappertutto, e un corpo che sparisce dentro una bocca spalancata. Si chiama Saturno o Crono, che c’è sempre questo campanilismo tra romani e greci che si contendono gli dèi. È Il tempo che si magna i figli. E uno, a guardarlo, pensa: “Ecco, vedi? Non è cambiato niente. È uguale uguale al mondo di oggi. I vecchi che si mangiano i giovani”.
Ma poi esco dal museo (dal barbiere). Torno a casa. Prendo l'autobus. E ci ripenso.
Perché da una parte c'ho la voce che mi morde dentro: “Ma quale mostro?”. Io mi alzo la mattina alle sei. Dieci ore di lavoro, la schiena che scricchiola, i conti da far tornare, la spesa, le bollette della luce. E quando arrivi a sera così, distrutto, e vedi in televisione i ragazzi che spaccano una vetrina o bloccano la tangenziale... ti viene una rabbia sorda e dici: "Ma come? Io mi consumo per pagarti l'università e tu mi blocchi la strada?". Le regole servono anche a proteggere la mia fatica.
E poi c'è l'altra voce. Quella che mi scuote e non mi fa dormire.
Perché è vero che i ragazzi di oggi mica sono i cherubini del presepe: urlano, sbagliano, a volte esagerano, rompono le scatole e rompono pure i vetri. Ma non stanno chiedendo la luna. Stanno dicendo che la terra scotta, che la scuola cade a pezzi, che l'aria non si respira più. E quando lo Stato manda i blindati a caricarli, a trattarli come criminali senza distinguere chi protesta da chi sfascia..., lì casca l'asino. La parte del gigante Saturno la facciamo benissimo, convinti di avere ragione.

Mi viene in mente quella paginetta del vangelo, lo so che sembra tirata per i capelli perché quei bambini lì non bloccavano mica la tangenziale... ma i discepoli volevano cacciarli via lo stesso. Perché davano fastidio. Perché facevano confusione, perché disturbavano la funzione. E lui si arrabbia. Dice: “Lasciate che vengano a me”. Mica dice: “Metteteli in riga!”.
La verità è che non siamo nemici. Il padre che si spezza la schiena e il figlio che scende in piazza con un cartello in mano – anche quello arrabbiato, anche quello scomodo – sono agganciati allo stesso ingranaggio. Se ci facciamo la guerra, se ci spaventiamo a vicenda, abbiamo già perso tutti quanti.
Il futuro non si salva con il coprifuoco o con i reparti della Celere. Si salva solo se abbiamo la decenza di fare un passo indietro, di spegnere la telecamera e di dire: “Hai ragione, figlio. Forse ci siamo seduti troppo comodi sopra il tuo futuro”.
La speranza, quella vera, non è una medaglia da appuntarsi al petto: è la fatica coraggiosa di fare spazio a chi deve ancora sedersi a tavola.
Davide Mozzato
Collaboratore del Messaggero Avventista e speaker di Radio RVS.




