La parola del giorno. Sonno profondo

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La parola del giorno. Sonno profondo

Nella Bibbia, “tardēmāh” è il momento in cui la grazia di Dio si svela nell’esperienza umana.

La Scrittura descrive un particolare tipo di sonno provocato da Dio stesso. Il sostantivo ebraico תַּרְדֵּמָה (tardēmāh) indica un “sonno profondo” che il Signore fa scendere su una persona per realizzare i suoi propositi. Non si tratta di una fuga dalla realtà né di una tecnica mistica, ma di un modo con cui Dio mostra che la sua opera non dipende dallo sforzo umano.

La prima volta che il termine compare è nel racconto della creazione dell’essere umano: “Allora il Signore Dio fece cadere un profondo sonno su Adamo, che si addormentò” (Genesi 2:21). Il messaggio teologico è semplice ma intenso. La formazione della donna, l’atto più intimo della creazione, avviene mentre l’uomo è volutamente reso inerte. Adamo non prende l’iniziativa e non collabora. La relazione è un dono, non una conquista. Questo sonno profondo funziona come una sorta di “anestesia divina”, segnando il confine tra ciò di cui l’essere umano può prendersi cura e ciò che soltanto Dio può creare.

Il termine tardēmāh ricompare in Genesi 15, quando Dio stabilisce il suo patto con Abramo. Abram cade in un “profondo sonno” ed è testimone di una visione carica di timore (Genesi 15:12). È poi Dio stesso a passare in mezzo agli animali divisi, sotto forma di una fornace fumante e di una fiamma ardente, assumendosi unilateralmente l’impegno dell’alleanza (Genesi 15:17-18). La fede di Abramo è fondamentale (Genesi 15:6), ma il fondamento del patto è la promessa di Dio, non l’azione dell’uomo.

Una terza importante occorrenza presenta una dimensione insieme protettiva e giudiziaria. In 1 Samuele 26, Davide e Abisai si introducono nell’accampamento di Saul e lo trovano completamente indifeso: “Erano tutti addormentati… Perché un profondo sonno mandato dal Signore era caduto su di loro” (1 Samuele 26:12). Qui tardēmāh mette in luce la fragilità del potere umano e diventa una prova del carattere morale. Davide rifiuta infatti di approfittare della situazione uccidendo Saul: “Mi guardi il Signore dallo stendere la mano contro l’unto del Signore” (1 Samuele 26:11). Il fatto che Dio abbia fatto cadere il sonno sull’accampamento diventa l’occasione per dimostrare autocontrollo e fiducia.

Altri testi ampliano ulteriormente il significato del termine. Nel libro di Giobbe, tardēmāh è collegato alle visioni notturne e alla rivelazione divina (Giobbe 4:13; 33:15). Nei Proverbi è invece usato in senso figurato per descrivere il torpore spirituale: “La pigrizia fa cadere in un sonno profondo” (Proverbi 19:15). In tutti questi contesti il termine non descrive semplicemente uno stato fisico, ma rappresenta una pausa voluta da Dio, che può servire alla rivelazione, alla protezione, allo smascheramento oppure al giudizio.

Nel sonno ordinario riposiamo perché ne abbiamo bisogno. Nel tardēmāh, invece, restiamo immobili perché Dio lo vuole. Lo scopo non è esaltare la passività, ma riconoscere chi ha davvero il controllo della storia. In Genesi 2 la comunità umana nasce per iniziativa di Dio. In Genesi 15 è la promessa divina a rendere sicura l’alleanza. In 1 Samuele 26 la liberazione e il destino non sono conquistati con la forza. Tardēmāh è il momento in cui la grazia di Dio interrompe la nostra autosufficienza e ci ricorda che gli aspetti più importanti della sua opera non sono nelle nostre mani.

Gli avventisti credono in una vita vissuta con responsabilità e impegno. Tuttavia la redenzione non nasce dai nostri meriti. Gli eventi fondamentali della Bibbia, come la creazione di Eva, il patto con Abramo e la vicenda di Davide si realizzano grazie ai doni di Dio, non ai risultati dell’uomo. È Dio a prendere sempre l’iniziativa, mentre noi siamo chiamati a rispondere con fede, come insegnano Romani 3:24 ed Efesini 2:8-10.

Genesi 15 apre, inoltre, una prospettiva ancora più ampia. Mentre Abramo giace impotente, il Signore si impegna con promesse che trovano il loro compimento in Cristo (Galati 3:16).

Sul Calvario, Cristo muore realmente (Giovanni 19:30) e Giovanni racconta che dal suo costato uscirono sangue e acqua (Giovanni 19:34), segno che la salvezza – e il popolo che da essa nasce – deriva dal sacrificio di Gesù e non dagli sforzi umani (Efesini 5:25-27).

Nell’attesa del suono della tromba finale, la descrizione biblica della morte come sonno (Giovanni 11:11-14; 1 Tessalonicesi 4:13-16) rafforza questa certezza: Dio custodisce i suoi figli e li risveglierà al momento stabilito.

Ogni settimana il sabato incarna la logica del tardēmāh. Cessiamo dalle nostre opere perché Dio ha già portato a compimento le sue (Genesi 2:2-3; Esodo 20:8-11). Israele imparò ad avere fiducia con la manna: una doppia razione il sesto giorno e nessuna il settimo (Esodo 16:22-30). Il riposo, dunque, non è inattività, ma un esercizio concreto di fiducia nell’alleanza di Dio.

Una semplice preghiera può riassumere questo insegnamento: “Signore, quando mi chiami a fermarmi, rendimi tranquillo. Compi in me e intorno a me ciò che solo tu puoi fare. E quando sarà il momento, risvegliami pronto a obbedire”.

Il messaggio fondamentale è questo: tardēmāh insegna la santa quiete. Quando Dio agisce con decisione, il nostro primo atto di obbedienza può essere proprio quello di fermarci, lasciare che la sua grazia operi e poi rialzarci pronti a rispondere (Genesi 2:21; 15:12; 1 Samuele 26:12).

Limoni Manu O’Uiha, preside della Scuola di Teologia della Fulton Adventist University, nelle Figi.

[Fonte: record.adventistchurch.com. Tradotto dalla redazione]
[Immagini: we-o_rd35l73h3ufuks6ag, Pixabay.com e Rod Long su Unsplash]

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