Un cappellano ospedaliero si racconta

Spiritualità

Il Messaggero Avventista
Un cappellano ospedaliero si racconta

A tu per tu con David Ferraro, pastore avventista che svolge il ministero di cappellano nell’ospedale AdventHealth di Kissimmee, in Florida (USA).

Con un’esperienza maturata nel tempo, Ferraro ha servito come pastore in Italia per dieci anni, a Malta per quattro e come amministratore in Africa per dodici. Nato negli Stati Uniti, ma cresciuto a Firenze, è sposato con Fiorella da 48 anni. Hanno una figlia e due nipoti adolescenti.

Questa intervista è frutto di un piacevole scambio a distanza. Al di là dell’oceano, il nostro ospite condivide il senso della sua missione, facendoci affacciare alla quotidianità di un servizio che dona speranza a tanti.

In qualità di cappellano, tutti i giorni accompagna pazienti, familiari e personale nei momenti più delicati. Il valore della presenza spirituale, ci anticipa, si rivela una fonte di conforto nei percorsi di vita di chi incontra, a prescindere dalle culture e convinzioni religiose personali.

David, cosa fa un cappellano in ospedale e quali sono le principali responsabilità del ministero che svolgi?
Sono parte di una team di cinque cappellani avventisti. Abbiamo tutti una formazione e un’esperienza pastorale. Inoltre, abbiamo ricevuto una formazione clinico-pastorale appropriata (Clinical Pastoral Education). Ogni cappellano è assegnato a specifici reparti del nostro ospedale. Visitiamo pazienti e ci interessiamo anche alle loro famiglie. Offriamo una presenza pastorale, empatica, non invasiva, siamo vivamente interessati ai nostri pazienti.

Siamo chiamati a intervenire rapidamente in casi di codice blu (arresto cardio-circolatorio) e in caso di decessi per donare sostegno ai familiari. Siamo poi chiamati quotidianamente a sostenere spiritualmente ed emotivamente anche il personale dell’ospedale. L’amministrazione del nostro nosocomio ci chiede anche di svolgere visite pastorali mensili con direttori, supervisori e manager, in tutto circa 65 persone.

Visitiamo regolarmente anche molti reparti di sostegno, come ad esempio la farmacia, il laboratorio, la diagnostica per immagini e la manutenzione. Ci interessiamo al personale, ascoltiamo e preghiamo insieme, quando è appropriato ed è un desiderio condiviso. Ogni visita e contatto devono poi essere fedelmente e dettagliatamente documentate in un report. Sì, effettivamente le mie giornate sono piene!

L’ospedale è un luogo in cui si intrecciano sofferenza, fiducia e spesso profondi interrogativi spirituali. In che modo riesci a donare conforto e sostegno ai pazienti e ai loro familiari nei frangenti più bui, ma anche ai sanitari?
La maggior parte dei nostri pazienti preferisce, se possibile, essere curata nei nostri ospedali (AdventHealth), che agiscono secondo valori e principi cristiani, a differenza di altre strutture. I pazienti apprezzano l’atmosfera cristiana (si possono leggere versetti biblici un po’ ovunque) e la visita dei cappellani. Creiamo intorno a loro uno “spazio sacro” che gli permette di aprirsi ed esprimersi. Alcuni di loro vogliono parlare, condividere qualcosa della loro vita e noi offriamo una presenza pastorale in cui l’ascolto attivo e un’attitudine ispirata dalla compassione sono elementi chiave.

Quando i pazienti si pongono domande difficili (“Perché è accaduto? Perché proprio a me? Dov’è Dio?”), non osiamo rispondere (cosa potremmo dire?), ma chiediamo loro se trovano conforto nella loro fede, negli affetti familiari, nei loro valori. A volte gli diciamo che è normale porsi delle domande difficili, ma che le risposte sono ben poche. E ricordiamo ai pazienti che il Signore è lì con loro e che desidera consolarli nella sofferenza. Cerchiamo di trasmettere l’idea che il Signore è vicino e ascolta il grido delle loro anime. Spesso concludiamo le nostre visite con una preghiera che tiene conto del paziente e della sua situazione.

Certamente, anche il personale dell’ospedale ha bisogno di sostegno e di essere ascoltato. I dipendenti sanno che possono avvicinarsi a un cappellano quando vogliono. Capita spesso che ci raccontino di problemi di salute, problemi familiari e/o relazionali. Il cappellano ascolta e simpatizza con le loro situazioni. Non sta a noi giudicare o criticare. Ma siamo pronti a percorrere con loro, e condividere, un momento del loro percorso bello o difficile che sia.

C’è una testimonianza che ti ha particolarmente commosso e ha confermato il valore della cappellania ospedaliera?
Quasi ogni giorno capita di visitare ricoverati con i quali si instaura rapidamente una relazione intensa. Il paziente si sente capito, rispettato, si sente a suo agio nel condividere. Il cappellano ascolta, esprime interesse e comprensione, e guida la persona nell’identificare qualcosa o qualcuno che possa essere utile nel proprio percorso.

Recentemente ho visitato una donna che in lacrime mi raccontava di avere una serie di problemi fisici ed emotivi. Era dolorante, stanca, scoraggiata, preoccupata; era piena di interrogativi. L’ho ascoltata per quasi un’ora. Ho espresso compassione e rispetto per la sua situazione complessa, ho pregato per lei. L’ho visitata nei due giorni successivi. Stava un po’ meglio. Mi ha ringraziato per quegli incontri, non si è sentita sola, qualcuno ha ascoltato il suo dolore, si è sentita capita.

Davide Ferraro, a sinistra, insieme a due colleghi cappellani. Si erano incontrati per pregare insieme prima di un intervento chirurgico.

AdventHealth si ispira ai principi cristiani avventisti nella cura della persona. Come si traduce questa visione nel tuo operato e nel rapporto con pazienti provenienti da altre culture e fedi, o magari senza un credo?
La maggior parte dei pazienti che si curano nei nostri ospedali sanno che cerchiamo di venire incontro anche ai loro bisogni spirituali. La maggior parte dei miei pazienti sono di origine latino-americana, inclusa la vasta regione caraibica. Ma sono presenti anche haitiani, filippini, nordafricani. Oltre la metà di loro sono cattolici, molti altri evangelici.

In tutte queste situazioni manifestiamo vivo interesse, e pieno rispetto per fedi diverse dalla nostra. Il proselitismo non è assolutamente permesso ma possiamo invitare i nostri pazienti a riflettere sul loro cammino spirituale. Siamo liberi di rispondere alle domande che ci sono poste. Oltre alla Bibbia, che è offerta in dono, mettiamo a disposizione dei pazienti anche il Corano e del materiale cattolico. Abbiamo anche un’ampia scelta di libri cristiani non-denominazionali.

Quali sono le “montagne” più alte da scalare, sia dal punto di vista relazionale sia da quello spirituale? Come affronti situazioni di dolore, perdita o scoraggiamento senza lasciarti schiacciare?
Il decesso rappresenta senza dubbio l’esperienza più difficile e lancinante. È un evento traumatico per tutti, anche per il personale. Nei momenti critici, il cappellano è chiamato per dare sostegno ai familiari, soprattutto con una silenziosa e attenta presenza pastorale.

Dopo la morte, il personale medico se ne va rapidamente, noi restiamo lì con la famiglia, tutto il tempo necessario, fino a quando non torna a casa. Consolare un parente in lacrime è sempre molto difficoltoso, e chiediamo al Signore di donarci le parole giuste. Spesso usiamo un appropriato “tocco” pastorale, a volte è sufficiente un abbraccio per esprimere vicinanza e comprensione.

Come persone e come cappellani proviamo una profonda tristezza al termine di una intensa esperienza. Ma abbiamo la possibilità, magari a fine giornata, di prendere una pausa e di condividere con i colleghi il nostro stato d’animo. Per me, un modo di elaborare una giornata gravosa è quello di rimettere in preghiera, nelle mani del Gran Medico, i pazienti che ho visitato.

Quale messaggio desideri condividere con i lettori del Messaggero Avventista in Italia riguardo all’importanza della presenza spirituale negli ospedali e al ruolo che la fede può avere nei percorsi di cura e benessere?
In passato ho lavorato in ospedali pubblici dove la cura pastorale era ridotta a interventi pastorali occasionali e superficiali. Ma in tutti gli ospedali AdventHealth situati nella Florida centrale (sono diciotto, più altri Pronto Soccorso distaccati), un’ottantina di cappellani avventisti sono presenti 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Questa partecipazione ci permette di visitare un paziente o un dipendente entro pochi minuti da una richiesta. Sono convinto che sia assolutamente importante offrire una presenza spirituale nelle nostre strutture, porgere parole di conforto e di speranza.

Veronica Addazio, caporedattrice web del Messaggero Avventista.

[Foto: David Ferraro]

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