La paura di salire sul treno

Il Messaggero Avventista
Immagine: sunojrajan, Pixabay.com

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Come la Parola di Dio ci dona speranza. Mercoledì 28 ottobre, alle 8.54 del mattino, un treno spagnolo AVE di Renfe, in servizio sulla tratta Madrid-Siviglia, ha tamponato un convoglio della compagnia Iryo fermo sullo stesso binario.

Mercoledì 28 ottobre, alle 8.54 del mattino, un treno spagnolo AVE di Renfe, in servizio sulla tratta Madrid-Siviglia, ha tamponato un convoglio della compagnia Iryo fermo sullo stesso binario, nei pressi di Urda, nella provincia di Toledo. A bordo dei due treni viaggiavano oltre 540 persone. In molti stavano andando al lavoro, raggiungendo i familiari o partendo per qualche giorno di vacanza.

Secondo l’ultimo bilancio comunicato dal presidente della Castiglia-La Mancia, Emiliano García-Page, le vittime sono 69 e un centinaio di persone sono state ricoverate in ospedale. Le cifre sono cambiate nel corso delle ore e le cause dell’incidente sono ancora oggetto di indagine. Oggi in tanti hanno paura di salire sul treno.

Dietro ogni numero c’è un nome, una famiglia e una sedia che resterà vuota. Per questo, prima di parlare delle nostre paure, è opportuno fermarsi e fare ciò che ci chiede l’apostolo Paolo: “Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono” (Romani 12:15). Pregare per chi ha perso una persona cara, per i feriti e per le squadre impegnate nei soccorsi è la prima risposta di una fede che non distoglie lo sguardo.

Ma questa tragedia ha lasciato anche una ferita più silenziosa in milioni di persone che non erano presenti sul luogo dell’incidente. Appena nove mesi dopo il disastro ferroviario di Adamuz, in provincia di Cordova, molti si chiedono sottovoce se sia ancora sicuro prendere il treno in Spagna. In questi giorni c’è chi annulla un biglietto, chi sceglie l’ultima carrozza “per sicurezza” o chi, semplicemente, avverte un nodo allo stomaco quando sente l’annuncio della partenza. Questo articolo vuole accompagnare chi prova questo timore, partendo da due prospettive che non sono in contraddizione: ciò che sappiamo sul funzionamento della mente e ciò che la Parola di Dio dice a chi ha paura.

Avere paura non significa avere poca fede
La prima cosa da dire è che provare paura in questi giorni è assolutamente normale. Dio ci ha creati con un sistema di allarme che ci protegge dai pericoli e una notizia di questa portata lo attiva anche senza essere stati su quel treno. Il cervello impara da ciò che vede e le immagini che abbiamo davanti sono quelle di vagoni rovesciati, famiglie in attesa di notizie e dirette televisive durate ore. Più facilmente ricordiamo un’immagine, più ci sembra probabile che possa ripetersi, anche quando i dati raccontano una realtà diversa.

A questo si aggiungono altri fattori. Due gravi incidenti in Spagna in meno di un anno incrinano la convinzione che “certe cose non succedono”. Un treno della mattina diretto a Siviglia è un viaggio che chiunque avrebbe potuto fare e il pensiero, “Avrei potuto esserci io”, pesa molto. Inoltre, quando viaggiamo in treno non siamo noi a guidare e non vediamo i binari: affidiamo la nostra sicurezza ad altre persone. Questa mancanza di controllo può rendere la paura ancora più intensa.

In alcuni credenti si aggiunge un ulteriore peso: il senso di colpa. “Se avessi più fede, non avrei paura?”. La Bibbia risponde con una sincerità che consola. Dopo aver manifestato la propria potenza sul monte Carmelo, Elia fuggì nel deserto terrorizzato. Davide scrisse molti dei suoi salmi in momenti di angoscia. E Gesù stesso, nel Getsemani, confidò ai discepoli: “L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me” (Matteo 26:38).

La paura non è un peccato e non è il segnale di una fede debole. Fa parte della nostra umanità. La domanda importante non è se proviamo paura, ma che cosa facciamo con essa e a chi la affidiamo.

È utile anche mettere le cose nella giusta prospettiva. Nel 2023, in Spagna, 22 persone sono morte nel sistema ferroviario, contro le 1806 vittime registrate sulle strade. Nell’Unione europea, i decessi legati al trasporto ferroviario sono diminuiti del 32% dal 2010. Dopo gli attentati dell’11 settembre, molti statunitensi smisero di prendere l’aereo e scelsero l’automobile; nei mesi successivi aumentarono le vittime degli incidenti stradali. Sostituire il treno con l’auto per paura, paradossalmente, può esporci a un rischio maggiore.

La Bibbia riconosce il valore di questo genere di prudenza: “L’uomo accorto vede venire il male e si nasconde, ma gli ingenui tirano avanti e ne subiscono le conseguenze” (Proverbi 22:3). Informarsi attraverso dati attendibili non è mancanza di fede, ma saggezza.

Che cosa ci dice la Scrittura quando abbiamo paura
L’espressione “non temere” ricorre molte volte nelle Scritture. Ma quasi mai compare da sola: è generalmente accompagnata da una motivazione. Dio non ci chiede di smettere di avere paura facendo leva soltanto sulla nostra volontà, ma ci ricorda che non siamo soli. Lo afferma il profeta Isaia: “Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio” (Isaia 41:10).

Questa presenza non viene meno quando saliamo su un treno. Il Salmo 121, un canto che i pellegrini intonavano quando si mettevano in cammino verso Gerusalemme, si conclude con una promessa pensata proprio per chi viaggia: “Il Signore ti proteggerà, quando esci e quando entri, ora e sempre” (Salmo 121:8). È un buon versetto da leggere mentre aspettiamo sul binario.

La Bibbia non ci chiede neppure una fiducia priva di emozioni. Davide scrive: “Nel giorno della paura, io confido in te” (Salmo 56:3). Non dice “Non avrò mai paura”, ma “Quando avrò paura”. La fede non cancella immediatamente la paura: le offre un luogo in cui trovare accoglienza.

L’apostolo Paolo incoraggia i Filippesi a trasformare le preoccupazioni in preghiera: “E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Filippesi 4:7); mentre Pietro scrive: “Gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pietro 5:7). La promessa che accompagna questo gesto è una delle più belle del Nuovo Testamento,

C’è una scena dei vangeli particolarmente adatta a questi giorni. In Marco 4, i discepoli attraversano il lago di Galilea quando si scatena una tempesta così violenta che l’acqua comincia a riempire la barca. Terrorizzati, svegliano Gesù, che calma il vento e chiede loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Marco 4:40). La tempesta era reale e il pericolo anche. Ma non erano soli sulla barca. E neppure noi siamo soli nella nostra carrozza.

Resta una domanda difficile che molti si pongono in silenzio: perché Dio permette che accadano tragedie simili? La Bibbia non offre risposte facili, ma ci aiuta a respingerne una particolarmente dolorosa. Quando riferirono a Gesù che una torre era crollata a Siloe, provocando la morte di diciotto persone, egli chiarì che quelle vittime non erano più colpevoli degli altri (Luca 13:4-5). Le persone morte nell’incidente di Urda non “meritavano” ciò che è accaduto loro, e nessuno che sale su un treno sta sfidando Dio.

Viviamo in un mondo ferito, nel quale accadono anche gli incidenti. Ma, in mezzo al dolore, Dio non è lontano: “Il Signore è vicino a quelli che hanno il cuore afflitto, salva gli umili di spirito” (Salmo 34:18).

Per questo motivo Gesù ha potuto promettere una pace diversa da quella che offre il mondo: “Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Giovanni 14:27).

Tornare a prendere il treno, un passo alla volta
La fede e gli strumenti offerti dalla psicologia non sono in competizione: possono completarsi a vicenda.

Il primo passo è essere sinceri con Dio e con noi stessi. I Salmi sono pieni di preghiere che non nascondono nulla. Dire: “Signore, ho paura” è già un modo per affidargli il nostro peso. Riconoscere un’emozione senza giudicarci aiuta ad allentare la tensione; combatterla, invece, spesso finisce per intensificarla.

Occorre anche concedersi del tempo. Il libro dell’Ecclesiaste ricorda che c’è “un tempo per piangere” e il cuore ha bisogno di alcuni giorni per elaborare una notizia così sconvolgente. Se la paura è molto intensa e il viaggio non è urgente, rimandarlo di una o due settimane può essere una scelta ragionevole.

Nel frattempo, è importante prestare attenzione a ciò che lasciamo entrare nella nostra mente. Paolo consiglia ai Filippesi: “Tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure […] siano oggetto dei vostri pensieri” (Filippesi 4:8). Informarsi una o due volte al giorno attraverso mezzi di comunicazione affidabili è opportuno; riguardare continuamente i filmati dell’incidente, invece, alimenta l’ansia senza aggiungere nuove informazioni. Quando compare il pensiero “Succederà anche a me”, possiamo rispondergli richiamando alla mente i dati e una promessa concreta delle Scritture.

Lo strumento più efficace per affrontare la paura è tornare gradualmente a ciò che la provoca. Si può cominciare con un breve tragitto sui treni suburbani o su una linea a media percorrenza, accompagnati da una persona fidata, per poi allungare progressivamente i viaggi.

Può essere utile preparare il percorso con tranquillità, controllare le condizioni della linea e portare con sé qualcosa che aiuti a ritrovare la serenità: musica di lode, un podcast oppure un versetto salvato sul telefono.

Se durante il viaggio il cuore comincia a battere più velocemente, possiamo respirare lentamente, inspirando per quattro secondi ed espirando per sei, mentre ripetiamo in silenzio una breve frase: “Nel giorno della paura, io confido in te”.

Non dobbiamo affrontare tutto questo da soli. “Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo” (Galati 6:2). Parlare delle nostre paure con i familiari, con la comunità di chiesa o con il pastore può renderle più gestibili.

Con i bambini è meglio spiegare quanto è accaduto utilizzando parole semplici, senza entrare in dettagli crudi, trasmettendo tranquillità e pregando insieme.

Prima di mettersi in viaggio, chiunque può fare propria una preghiera come questa:
“Signore, oggi mi metto in cammino e provo paura. Tu conosci il mio cuore e non ho bisogno di nasconderti nulla. Ti prego per le famiglie di Urda che piangono la perdita dei loro cari: consolale e sostieni i feriti. Guidami in questo viaggio, proteggi la mia uscita e il mio ritorno e dona saggezza a chi conduce i treni e a chi vigila sulle linee ferroviarie. Affido nelle tue mani la mia ansia e accolgo la tua pace, quella che supera ogni intelligenza. Nel nome di Gesù. Amen”.

Quando la paura non passa
Nella maggior parte delle persone, l’inquietudine tende ad attenuarsi nel giro di alcune settimane. Ma se la paura dura più di un mese o aumenta, se porta a evitare il treno anche quando è necessario per andare al lavoro o raggiungere i familiari, oppure se compaiono attacchi di panico, incubi o immagini dell’incidente che non si riesce a scacciare, è il momento di chiedere un aiuto professionale.

Lo stesso vale, a maggior ragione, per chi viaggiava su quei treni, ha assistito all’incidente o ha perso una persona cara.

Rivolgersi a uno psicologo non significa avere poca fede, proprio come non ne significa andare dal dottore. Luca, autore di uno dei vangeli, era un medico e Dio opera anche attraverso i professionisti che si prendono cura di noi.

La terapia cognitivo-comportamentale, accompagnata da un’esposizione graduale alla situazione temuta, offre risultati molto positivi in questi casi. È sempre possibile cercare un professionista che rispetti e comprenda le nostre convinzioni religiose.

Una speranza che viaggia con noi
Quanto accaduto a Urda è una tragedia che merita risposte, giustizia e tante preghiere. Ma non dobbiamo permettere che sia la paura a decidere per noi.

Ascoltare ciò che proviamo, informarci senza esagerare, cercare sostegno nella comunità e tornare a salire sul treno un passo alla volta: è un percorso possibile. E non lo affrontiamo da soli.

Gesù lo ha detto con parole che conservano tutta la loro attualità per ogni viaggiatore che oggi esita sul binario: “Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:34).

Lo stesso Dio che si prese cura dei suoi discepoli durante la tempesta protegge anche la nostra uscita e il nostro ritorno.

Joe Saavedra, dottore in teologia e dottore di ricerca.

Fonte: revista.adventista.es. Tradotto dalla redazione.
Foto: sunojrajan, Pixabay.com; Vasily Kovalev, Dreamstime.com; immagine generata con IA

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