Il 31 ottobre si celebra la giornata della Riforma per ricordare l’affissione delle 95 tesi sulle porte della cattedrale di Wittenberg, in Germania. Soffermiamoci su alcuni aspetti meno conosciuti dell’opera di questo grande uomo di fede.
La scoperta del valore della Scrittura come unica fonte ispiratrice della vita cristiana occupa un posto centrale nella teologia di Martin Lutero: ribadisce il principio costantemente “sola Scriptura” e vi ispira gran parte della sua opera.
Per questa ragione, nella solitudine dell’esilio nel castello del principe Elettore Federico il Savio, tra il 1521 e il 1522, inizia a lavorare alla traduzione in tedesco del Nuovo Testamento, sulla quale si impegnerà, per migliorarla, fino al giorno della sua morte. Tornato a Wittenberg, mette mano alla traduzione dell’Antico Testamento. Quindi fin dal 1534, tutta la Bibbia è fruibile nella lingua del popolo. Lo storico Roland Bainton la definisce la “più nobile fatica di Lutero”.[1]
Quale fu l’impatto concreto di questo lavoro nella costruzione della comunità nascente? Sempre secondo Roland Bainton: “La Bibbia, proprio nella traduzione di Lutero, fu un grandissimo strumento di istruzione”.[2]
Da allora il riformatore si impegna in un’opera di alfabetizzazione del popolo tedesco. Promuove una rete di scuole municipali che comprenda nel programma la religione e incoraggia i genitori a mandare a scuola i figli: “Se i genitori non possono fare a meno dei bambini per tutta la giornata li mandino almeno una parte del tempo. Scommetto che in Germania non ci sono più di quattromila alunni nelle scuole. Vorrei sapere dove troveremo i pastori e i maestri fra tre anni”.[3]
In tempi relativamente brevi, questa intuizione fondamentale trasforma la Germania in uno dei Paesi più istruiti d’Europa. La Bibbia di Lutero diventa il libro di testo di tutto il popolo tedesco. La conoscenza e diffusione uniforme del tedesco, come lingua dei popoli germanici, diventa possibile proprio per la Bibbia tradotta da Lutero, che assume la stessa funzione attribuita in Italia a Dante Alighieri.
In realtà, diversamente da Lutero, Dante non ha la consapevolezza di questa funzione politica rilevante, né opera in prima persona in tal senso. Per allargare la conoscenza dei fondamenti del cristianesimo, Lutero redige due catechismi: il Grande catechismo per gli adulti e il Piccolo per i bambini. Quest’ultimo è il segno di un’attenzione specifica rivolta ai più piccoli, all’epoca assente quasi ovunque.
La liturgia
Lutero pensa anche al culto pubblico come strumento di insegnamento. All’inizio lascia sostanzialmente invariata la struttura della messa cattolica, ma ne elimina il canone, parte centrale della celebrazione in cui si svolge la funzione sacramentale di consacrazione del pane e del vino e si rinnova, nella comprensione cattolica, il sacrificio di Cristo.
Ripristina invece l’enfasi che la chiesa primitiva poneva sulla santa cena come atto di ringraziamento e di comunione del fedele con Dio e dei fedeli tra loro. Poco dopo, però, si rende conto che l’adorazione è quasi impossibile nella messa in latino. Ogni cambiamento, per quanto importante, non sarebbe stato compreso; quindi, la celebrazione doveva avvenire in tedesco e, in particolare, la predica doveva esserne il fulcro. Nasce così nel 1526 la messa in tedesco e, da allora, il pulpito prende il posto dell’altare. “Così la chiesa diventava non soltanto una casa di preghiera e di lodi a Dio, ma anche un’aula di lezioni”.[4]

La musica
All’interno della liturgia, un’attenzione particolarissima viene riservata alla musica. Martin Lutero, fin da giovane aveva imparato a suonare il liuto e si dilettava a cantare con gli amici all’osteria, bevendo, da buon tedesco, anche un boccale di birra. Non era un compositore, ma gli studiosi gli attribuiscono una decina di inni.
Come per la Sacra Scrittura seppe comunicare ai suoi collaboratori e, per estensione, alla comunità dei credenti, il suo entusiasmo per la musica. “La musica – diceva – è un dolce e bel dono di Dio che mi ha spesso rianimato e mi ha fatto provare gioia nel predicare. […] Non mi piacciono i fanatici che disprezzano la musica, perché essa è un dono di Dio. La musica scaccia il diavolo e rende lieta la gente, fa dimenticare l’ira, la lussuria, la superbia e gli altri vizi. Dopo la teologia dò il primo posto e il maggior onore alla musica. […] L’esperienza dimostra che, dopo la Parola di Dio, soltanto la musica merita di essere lodata come signora e moderatrice delle emozioni del cuore umano. Sappiamo che la musica spiace ed è insopportabile per i demoni. Il mio cuore si gonfia e trabocca ad udire la musica che così spesso mi ha incoraggiato e liberato da gravi angustie”.[5]
Riforma la musica intonata dal celebrante nella stessa direzione del culto. Il testo cantato doveva essere intelleggibile: per ogni sillaba occorreva usare una sola nota e, in particolare l’organo non doveva coprire la parola. In parte diverso è il suo atteggiamento nei confronti delle parti cantate dal coro: ammirava più di ogni altra la musica religiosa polifonica dei Paesi Bassi e, benché questi fossero cattolici, non è mai polemico con la loro musica e non cessò di amarla e di trarne ispirazione. A proposito dei duchi di Baviera, che gli erano nemici in quanto cattolici, così scrive al compositore bavarese Senfl: “Ad ogni modo io lodo i tuoi duchi di Baviera, anche se non mi hanno in simpatia e li onoro più di tutti gli altri perché essi onorano la musica e ne sono cultori”.[6]
Pertanto, nei territori passati al luteranesimo cura le società corali e, a scuola, impartisce ai bambini un’ottima preparazione musicale.
Infine, la sua ultima riforma in questo settore riguarda il canto della congregazione. Si tenga presente che fino ad allora il canto nel culto era riservato solo a cantori di professione che eseguivano spesso pezzi musicali complessi e, soprattutto, in latino. A buon diritto, quindi, Lutero può essere considerato il padre del canto assembleare.
In questa materia, la dottrina del sacerdozio universale dei credenti ebbe la sua manifestazione più concreta. In questo, e in questo soltanto, il luteranesimo fu assolutamente democratico: tutta l’assemblea dei fedeli cantava.
L’innario
Nel 1524 pubblica un innario di 23 inni di cui era autore, se non anche compositore. In quegli inni, ispirati ai Salmi, esprime la sua esperienza personale: il percorso tormentoso dall’angoscia per il peccato alla liberazione in Gesù Cristo. In un altro innario appare l’inno che diverrà il manifesto della Riforma: Ein Feste Burg (“Forte Rocca” in italiano), nel quale le parole e la musica sono di Lutero. Si tratta di una libera versione del Salmo 46, tratto dalla Vulgata, che traduce in latino il testo ebraico così: “Il nostro Dio è un rifugio”.
Il salmo, trattato con grande libertà, è intessuto di reminiscenze paoline e dell’Apocalisse. La musica, nobile e maestosa, esprime la lode e il coraggio del credente che affronta, grazie a Dio, le forze del male in un conflitto cosmico che i fedeli attraversano vittoriosi.
Nel corso del tempo ne sono state composte varie versioni, ma a noi basterà rimandare alla memorabile cantata BWV 80 di Johann Sebastian Bach, di cui raccomandiamo l’ascolto, ricordando che larga parte delle composizioni di quest’ultimo, un gigante della musica, ha carattere sacro e trova il suo pubblico originario, oltre alla sua ispirazione, nelle celebrazioni religiose del culto luterano nella prima parte del XVIII secolo.
Alessio Del Fante, membro della chiesa di Firenze, preside e insegnante di filosofia in pensione.
Note
[1] R. Bainton, Lutero, ed. Einaudi, Torino, 1960, p. 288.
[2] Ivi, p. 295.
[3] Ivi, p. 296.
[4] Ivi, p. 300.
[5] Ivi, p. 301.
[6] Ivi, p. 304.
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